L’autodeterminazione spiegata da I Miserabili

La copertina di Les Misérables; foto di Instagram di Jen (@hiitsjen)
Les Misérables; foto di Instagram di Jen (@hiitsjen)

C’è un libro che tutte e tutti coloro che sono impegnati in iniziative di giustizia sociale dovrebbero leggere almeno una volta nella vita adulta, I Miserabili di Victor Hugo. E intendo proprio il libro in tutta la sua mole, non riduzioni filmiche, musical o cartoni animati.

Anche se è stato scritto più di cento anni fa (la prima edizione è del 1862) affronta temi che sono rilevanti per le nostre lotte attuali, per il nostro modo di porci e di imprimere il cambiamento. Una lettura utile, dunque, anche per i nostri femminismi, pur essendo un libro che di femminista non ha nulla. Qui vi racconto perché.

Fantine, condizionamenti e autodeterminazione

C’è un episodio del libro che mi torna di continuo in mente quando leggo tentativi da parte di alcune femministe (attraverso lo spettro politico e delle varie opinioni) di arrogarsi il diritto di individuare quale sia la scelta giusta non solo per se stesse, ma anche per tutte le altre donne, quasi che il loro mondo morale fosse l’unico possibile e l’unico legittimo (per esempio dopo aver letto la lettera delle cinquanta lesbiche contro la gestazione per altri).

È la storia di Fantine, rimasta incinta senza essere sposata e abbandonata dal padre della bambina, che per salvare e mantenere la figlia vende i suoi capelli e si prostituisce.

Fantine in una scena de Les Misérables, riduzione filmica del 1982
Fantine in una scena de Les Misérables, riduzione filmica del 1982

Fantine sceglie ciò che in quel momento le sembra l’unica strada, ci dice Hugo, è dunque costretta dalle circostanze, ma non c’è una forza superiore che la inganna o la costringe. In termini moderni, possiamo dire che si autodetermina nelle condizioni date, consapevole delle conseguenze.

Perché ripenso a questa sottotrama? Perché nel rispondere a chi tenta di sovradeterminare, la risposta di pancia che viene a molte e molti di noi (me inclusa) è quella di lasciare a tutte e a tutti libertà di autodeterminazione. Che è sicuramente un principio sacrosanto, che va tenuto presente, rispettato e rinforzato.

Ma penso che questa sia una risposta terribilmente semplice a un problema ben più complesso, quello cioè di cosa davvero significhi garantire a tutte e a tutti un diritto, che non sia solo di facciata, all’autodeterminazione.

In altre parole, troppo spesso si dimentica, da una parte e dall’altra delle barricate femministe (pro e contro la gpa, pro e contro la prostituzione) che l’autodeterminazione è qualcosa di più di dare o non dare il proprio consenso e che le nostre scelte sono sempre condizionate non solo dalla nostra opinione, ma dalle condizioni (materiali, psicologiche e, passatemi il termine, morali) in cui tale scelta viene data. E che le leggi che non tutelano, ma proibiscono sono spesso l’ultima delle preoccupazioni.

Autodeterminarsi è un problema di classe, che non significa solo privilegio dei beni materiali che si possiedono, ma anche privilegio dei beni immateriali (educazione e istruzione, accesso alle informazioni).

Ecco, prima di vietare o scegliere cosa è giusto per gli altri, vorrei piuttosto lottare perché a tutte e a tutti fosse permesso di esercitare davvero il proprio diritto inviolabile all’autodeterminazione, anche quando questa porta a scelte ben lontane dalle mie.
Certo, ciò significa che la strada è ancora più in salita.

Gli amici dell’ABC

E proprio a proposito di rispetto dell’autodeterminazione, dei bisogni e delle voci altrui mi perdonerete se ritorno alla trama de I Miserabili. Nel tomo terzo e quarto Hugo ci presenta un gruppo di giovani rivoluzionari chiamato Les amis de l’ABC (Letteralmente “gli amici dell’Abbassato”).

Gli amici del'ABC (da sinsitra verso destra Marius, Grantaire, Courfeyrac, Enjolras, Combeferre) da una scena de Les Misérables, versione filmica del 1982
Gli amici del’ABC da una scena de Les Misérables, versione filmica del 1982

Sono tutti studenti e intellettuali, tranne un operaio (di quella che una volta si chiamava “aristocrazia operaia”), molti di buona famiglia, tutti repubblicani, convinti che per migliorare le condizioni del popolo francese, si debba convincere il popolo parigino a deporre il re, dando l’esempio in prima persona.

Alla lora testa ci sono due personaggi sui quali l’autore si sofferma più a lungo, Enjolras e Combeferre. Mentre Combeferre incarna lo spirito dolce e riformista della sinistra, Enjolras è l’archetipo del militante radicale, puro e severo, con se stesso e con gli altri.

L’avventura di questi idealisti non finisce bene: fuori dal cerchio ristretto dei propri fedelissimi, nessuno li considera davvero, il “popolo” neanche si accorge della loro morte. Nulla cambia.

Perché gli amici dell’Abbassato quel “popolo”, quei cittadini e quelle cittadine, non l’hanno mai ascoltato. Né si sono mai chiesti quali fossero davvero i bisogni più urgenti, quali fossero i mezzi migliori non per fare la lezione a una massa bambina, ma per coinvolgere le singole persone all’azione per una società più giusta.

Non hanno ascoltato, hanno deciso per gli altri, convinti che la giustezza della propria causa fosse abbastanza.

Perché I Miserabili parla anche un po’ di noi

Hugo scrisse I Miserabili a metà Ottocento, come grande riflessione sugli esiti e i lasciti dell’Era Rivoluzionaria nella Francia a lui contemporanea, ma le criticità che mette in luce parlando dei movimenti radicali sono quanto mai attuali.

La lettera delle 50 lesbiche contro la gpa, così come la lettera di Snoq Libere dell’anno scorso, non è solo espressione della propria opinione personale, ma il tentativo di sovradeterminare, di imporsi grazie al proprio privilegio di classe (anche la visibilità è un privilegio) come voce di tutti, forti della convinzione di essere nel giusto, ma molto spesso senza davvero aver ascoltato la voce di chi è oppressa o oppresso, di chi può pensarla in modo diverso.

Ed è questo un problema, quello di calare un’agenda dall’alto, dividendo il mondo in buoni e cattivi seguendo i propri principi, che nel femminismo e in ogni lotta di giustizia sociale rischiamo sempre: che dall’alto della nostra educazione (quando non anche del nostro privilegio materiale) si finisca per non comprendere le istanze di chi vorremo aiutare.

Per questo non dobbiamo aver paura della complessità, di farci da parte, di dialogare e di accettare che la nostra scala di valori potrebbe non essere universale; che ci sono diritti imprescindibili, ma che il senso etico personale non può essere metro di misura della legge; che dovremmo imparare tutti e tutte ad ascoltare, anche quando ascoltare significa disaccordo, significa mettersi da parte per un momento.

E l’unica chiave per farlo è adottando una prospettiva intersezionale, che tenga conto delle diverse oppressioni e di come si intrecciano e dei diversi bisogni e che ci insegni ad ascoltare le voci di tutte e di tutti.

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