Laura Costantini: autrici, ribaltiamo gli stereotipi di genere

La Cover  di Scrivere? Non è un mestiere per donne
La copertina di “Scrivere? Non è un mestiere per donne”, Historica, 2014. L’opera è di Noah One.

 

 

Laura Costantini è giornalista e scrittrice, che ha molto a cuore il tema del ruolo e della presenza delle donne nella letteratura italiana contemporanea. Per tre anni ha svolto interviste a donne che scrivono, cercando di fotografare e analizzare la realtà delle autrici italiane. Nel 2014 il suo lavoro è confluito nel saggio Scrivere? Non è un mestiere per donne.

In coppia con Loredana Falcone ha pubblicato molti romanzi, spaziando tra i generi più diversi, compreso il giallo e il western. Laura e Loredana hanno anche un blog, Laura et Lory.

 

Nel 2012 hai lanciato un interessantissimo progetto sul portale ScrivendoVolo, dal titolo Scrivere Donna, dove proponi interviste a donne scrittrici, famose e meno famose. Ci racconti com’è nato il progetto?

Parlando. Ascoltando. Condividendo. Scambiavo opinioni con altre autrici e ne ricavavo l’impressione che esistesse un problema. Che anche nel campo della creazione narrativa le donne incontrassero un ostacolo in più. E che quell’ostacolo non avesse niente a che spartire con talento, bravura, fortuna. Il problema era chiamarsi Antonella piuttosto che Antonio. Toccavo con mano, quotidianamente, quegli atteggiamenti solo apparentemente innocui per cui alla parola scrittore si associa automaticamente un autore, mai un’autrice. Era un’impressione, non condivisa da alcune, solo sussurrata da altre. Poi giunse la proposta di Marilù Oliva di mettere insieme una piccola inchiesta da pubblicare online per l’otto marzo del 2011. Accettai e scoprii che non mi sbagliavo.

Da lì a lanciare il progetto Scrivere donna il passo fu breve. Si trattò di sottoporre a intervista tutte le autrici disposte a parlarne, chiedendo loro come e quando si erano rese conto che scrivere non viene percepito come un mestiere per donne. Risposero in tante, circa sessanta. Un lavoro dal quale ho tratto un saggio che è uscito in forma di e-book con Historica edizioni. Titolo emblematico: “Scrivere? Non è un mestiere per donne“. Non sto a raccontare quante critiche, maschili, mi ha attirato quel lavoro. La mia fama di vetero-femminista incazzata viene in gran parte da lì, dalle domande di quelle interviste, definite tendenziose, capziose, in mala fede e via giudicando. Eppure di quel saggio sono molto fiera. Una lettura che, rischiando la vanagloria, mi sento di consigliare, perché è anche divertente nel mettere il dito nella piaga.

 

Pensi che in Italia ci siano ancora pregiudizi contro le donne che scrivono?

Non lo penso. Lo so. E mi autocito, se permettete con un estratto da “Scrivere? Non è un mestiere per donne”:

“Entrando in libreria e girando tra gli scaffali, così a colpo d’occhio appariva e appare evidente che gli autori sono molti più delle autrici. Poi allargando il punto di vista e concentrandoci sulle persone che circolano tra gli scaffali, prendono volumi, vanno alla cassa e acquistano, si appurava e si appura senza sforzo che sono soprattutto donne.

La dicotomia esasperata che ne potrebbe uscire è: gli uomini scrivono, le donne leggono. Ma solo la seconda parte della frase si avvicinerebbe alla realtà. Le donne leggono. In un paese come il nostro, dove i lettori cosiddetti forti sono una sparuta, ma agguerrita, minoranza, le lettrici sono di più. Il dato curioso è che anche le scrittrici, o aspiranti tali, sarebbero di più. Ma a parte pochi esempi di estrema e a volte discutibile attualità, gli editori non cercano donne. Mi si dirà che l’editore cerca la storia efficace. Giustissimo. Ma poiché le maggiori frequentatrici dei cosiddetti corsi di scrittura creativa sono donne, per la legge dei grandi numeri, verrebbe da pensare che la maggior parte dei manoscritti che giungono alle case editrici siano firmati da donne. E che qualcosa di efficace, tra tutti quei fogli, debba pur esserci.

Ma in catalogo gli uomini sono di più. Non solo. I lettori uomini, che non sono maggioranza, ma esistono e pesano, spesso scelgono i libri in base a un pregiudizio: se l’ha scritto una donna, no.

No, perché le donne scrivono rosa. No, perché le donne parlano di privato, famiglia, figli. No, perché gli uomini scrivono meglio. Magari non enunciato così brutalmente, ma la convinzione di fondo esiste pur prevedendo eccezioni. Poche.”

Il problema è che le donne leggono di tutto, senza preclusioni. Gli uomini, spesso, il problema se lo pongono. E ritengono che le donne possano anche riuscir bene, ma in determinati generi, quelli che a loro più si confanno. Ve lo ricordate il professor David Gilmour, quello che in Canada sollevò un vespaio affermando che mai avrebbe adottato, per le sue lezioni di letteratura, un’autrice?

Ecco, commentando quella roba lì, un uomo (il nome ha poca importanza, credetemi) scrisse: “La categoria degli scrittori maschi ricopre una gamma di argomenti indubbiamente più vasta di quella delle scrittrici, perdute in massa nelle lande del rapporto sentimentale, e che solo sporadicamente offrono un nome alla Patricia Cornwell, che rappresenta tematicamente e stilisticamente un’eccezione all’interno della loro offerta”. Dire che questo signore ha le idee poco chiare sulle autrici, italiane e straniere, è dire poco. Ma questi sono i fatti.

 

Insieme a Loredana Falcone, hai scritto diversi romanzi, spaziando tra vari generi, dal thriller al western, che nella mentalità comune italiana non vengono necessariamente associati a scrittrici. Avete mai incontrato difficoltà presso gli editori o il pubblico per il fatto di essere due autrici?

Da parte degli editori no. Non ci è successo. Ma i commenti di alcuni lettori parlano chiaro. Ci sono gli allibiti: un western scritto da due donne? I poco convinti: un noir troppo violento per due donne. I complimentosi: non sembra scritto da due donne. Quelli che “lo sapevo io”: protagonisti troppo belli, e poi c’è la storia d’amore, roba da donne. Per non parlare dei fondamentalisti: io leggere donne? Mai. Potrei andare avanti per pagine, anche se sono più numerosi i commenti positivi sul nostro lavoro. E arrivano anche da uomini capaci di leggere una storia e, nel caso, apprezzarla senza star lì a pensare a chi l’ha scritta.

 

Pensi che sia individuabile un tratto che distingua “la scrittura al femminile” dalla scrittura al “maschile”?

Un nostro lettore ha apprezzato l’ultimo romanzo che abbiamo pubblicato, ma ci ha fatto notare che solo una donna avrebbe scritto che un abito era di un “particolare punto di turchese”. Non so se abbia ragione, ma tra i moltissimi libri che leggo, con particolare propensione per autori e autrici emergenti e italiani, non riuscirei a distinguere. La scrittura più ispida, se vogliamo pensare questa caratteristica come maschile, che mi sia capitato di leggere è quella di Agota Kristoff. Mentre conosco autori, anche molto affermati, che spaziano in quei registri della tenerezza e dell’introspezione che spesso vengono imputati alle donne. Quindi io direi che no, non è individuabile un tratto che distingua la scrittura femminile da quella maschile.
L’Italia è ancora un paese molto sessista. Secondo te la letteratura e le autrici in particolare possono fare qualcosa per cambiare le cose? Se sì, come bisogna agire?

Questo è un tema che mi è molto caro. Nutro un sincero disprezzo per quei libri che perpetuano scientificamente gli stereotipi di genere e che, purtroppo, vanno per la maggiore tra le lettrici. Ero un’adolescente e mi capitò di leggere un fotoromanzo: c’era una lei che voleva fare la giornalista e c’era un lui che cercava una tenera fanciulla da tenere in casa a sfornar figli. Ovviamente i due si amavano. Lei però aveva le idee chiare e lo mollava per seguire le proprie aspirazioni professionali. Lui si struggeva. Poi lei si sentiva male in un paese straniero e si rendeva conto che essere un’inviata all’estero con una brillante carriera davanti non poteva valere quanto stare a casa di lui a sfornare marmocchi. Si licenziava e tornava pentita dal tipo che, magnanimo, la riprendeva con sé. Bacio, matrimonio, vissero felici e contenti. Lui a lavoro, lei a casetta.

Ecco, sono passati decenni, ma il messaggio permane. Nei libri come nei film. Pensiamo a “Il diavolo veste Prada”. La direttrice stronzissima è tale perché ha rinunciato alla felicità coniugale. La protagonista rinuncia a tutto pur di tornare dal suo ragazzo e chi se ne importa della carriera. Continuiamo a ripeterci che ciò che conta veramente è sempre fuori di noi, è sempre nei desideri degli altri. Se una donna aspira al successo viene immediatamente considerata arida, snaturata, mascolina. La vittoria, nei libri, arride sempre all’eroina buona, belloccia, imbranata. Quella che senza un uomo accanto non può farcela.

Ecco, ritengo che alle autrici di oggi spetti il compito di spezzare i limiti di questa banalizzazione, di mostrare al lettore donne vere, persone complete. E non vuol dire rinunciare alla storia d’amore. Tutti i libri ne contengono una, anche quelli del più macho degli scrittori. Ma mettiamo nero su bianco un rapporto paritario. E reale. Perché io di donne disposte a perpetuare lo stereotipo dell’angelo del focolare ne incontro poche. Per fortuna.

3 COMMENTI

  1. Ho letto con molto interesse, sono d’accordo ma non su tutto. Che ci sia del maschilismo fra gli editori e i lettori maschi ci sta. Per anni io riuscivo a pubblicare solo libri erotici, perché, appunto, l’editore era maschio. Li firmavo con uno pseudonimo femminile e non per questo vendevo meno dei signori uomini. Anzi, il nome femminile attirava parecchio. Tuttavia pubblicare un romanzo che non fosse erotico, ma nemmeno di genere, era molto difficile. Probabilmente lo è tuttora, con una differenza: lo sdoganamento del genere rosa. Che, pur essendo considerato letteratura di serie B, si è evoluto e rappresenta una bella fetta di mercato. E ora vengo al nocciolo della questione. Le donne leggono di più, e leggono molti romanzi rosa. Sebbene, come dicevo, il genere si sia evoluto, le lettrici di questi romanzi vogliono sognare, estraniarsi dalla realtà e divertirsi. Perciò il romanzo rosa deve attenersi a delle regole ferree, tipo il lieto fine, la storia d’amore tormentata e, come citato nell’articolo, la rinuncia consapevole alla carriera in favore del nido. In queste storie c’è poco spazio per il femminismo e l’autodeterminazione, anche se da un po’ di tempo, insieme a Mara Roberti e Mariangela Camocardi si parla di femminismo rosa.
    Il problema è: sono pronte le lettrici per questa svolta? Io temo di no. Chi osa andare fuori dagli schemi è criticata per non dire crocifissa dalle lettrici. Il pubblico, come si sa, è sovrano e decide anche l’andamento del mercato.
    Purtroppo, più ancora degli uomini, siamo noi donne a relegarci dietro gli steccati.
    La trilogia della città di K, citato nell’articolo, è un libro che ho amato molto per la scrittura scarna e sperimentale. Ma ho scoperto che lo stile dell’autrice era stato indotto dal fatto che, essendo una rifugiata ungherese, l’ha scritto in francese, che non è la sua lingua madre. Una combinazione più casuale e fortunata che voluta.
    In ogni caso sono d’accordo sul fatto che le donne, in letteratura, affrontano raramente certi temi, come ad esempio, la spiritualità, se si escludono titoli di auto aiuto. E’ un discorso molto complesso, che sarebbe utile per tutte noi approfondire.

    • “..Perciò il romanzo rosa deve attenersi a delle regole ferree, tipo il lieto fine, la storia d’amore tormentata e, come citato nell’articolo, la rinuncia consapevole alla carriera in favore del nido. In queste storie c’è poco spazio per il femminismo e l’autodeterminazione, anche se da un po’ di tempo, insieme a Mara Roberti e Mariangela Camocardi si parla di femminismo rosa.
      Il problema è: sono pronte le lettrici per questa svolta? Io temo di no. ”

      Però è proprio quello che ritengo sia il “dovere” di chi scrive. Ribaltare i punti di vista consolidati. Non conosco a fondo le lettrici di rosa, conosco però lettrici in quanto tali e mai nessuna ha storto il naso davanti a donne che tra nido e carriera… scelgono tutte e due, costringendo il lui di turno a prendere atto che il pacchetto o si prende completo o niente. Ultimamente ho letto alcuni romanzi di EmmaBooks e non ne ho trovato neanche uno in cui lei si sia ritirata davanti al focolare domestico mettendo tailleur e ventiquattrore in naftalina. Io la penso come il dottor Frankenstein di Mel Brooks: SI PUO’ FAREEEEEEE!

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here