Se l’arte queer entra nei musei: la mostra a Londra

Bathing 1911 Duncan Grant

Immaginate lo scalpore che avrebbe creato una mostra dedicata all’arte queer nel 1988, quando il parlamento inglese introduceva la “clausola 28” che proibiva alle autorità locali di promuovere attivamente l’omosessualità.

Oggi, invece, solo tre decenni dopo, per celebrare il 50esimo anniversario del Sexual Offences Act del 1967, che ha parzialmente decriminalizzato il sesso tra uomini sopra i 21 anni, la Tate Britain ha organizzato Queer British art 1861-1967, una mostra esclusivamente dedicata agli artisti queer britannici.

La Tate non è l’unica istituzione artistica a celebrare questo anniversario dedicando mostre a quella che finora non era riconosciuta come arte mainstream. Solo per citare alcuni esempi, quest’anno il National Trust ha lanciato l’iniziativa Prejudice and Pride che esplora la storia LGBTQ nelle ville e nei musei. Mentre il British Museum ha inaugurato la mostra Desire, love, identity: exploring LGBTQ histories, dedicata agli oggetti simbolo della comunità LGBTQ nella storia.

Ma la mostra Queer British Art 1861-1967 della Tate Britain ha la particolarità di essere la prima in tutta la Gran Bretagna esclusivamente dedicata all’arte queer, e – se non bastasse – è stata allestita in contemporanea a una mostra retrospettiva dedicata all’artista gay David Hockney. La famosa galleria Londinese ha anche lanciato una partnership con il Pride di Londra organizzando dal 24 giugno un festival di due settimane dedicato all’evento.

Questa mostra si ripropone di indagare le connessioni fra arte, identità di genere e orientamenti sessuali nel Regno Unito. È proprio per questo che il curatore ha scelto di usare il termine queer, come appellativo ampio e inclusivo, non vincolato da etichette, al posto della combinazione di lettere LGBTQ, anche per riconoscere che molti dei termini e categorie che usiamo nei nostri giorni non sarebbero stati riconosciuti dagli artisti ai loro tempi.

L’esposizione apre con una frase del regista Derek Jarman:

For me the word Queer is liberation, it was a word that frightened me, but no longer

[ Per me la parola Queer è liberatoria, era una parola che mi spaventava ma ora non più ].

Come dichiarato dai curatori, questa mostra non ha la pretesa di essere una selezione definitiva di arte queer bensì l’apertura di una conversazione sul tema che stimoli ulteriori (ri)scoperte. Anche perché molta della produzione degli artisti queer, come si legge nella guida della mostra, è andata perduta o distrutta, proprio per la sua natura di arte che fino ai nostri giorni non ha ricoperto un ruolo centrale nella cultura dominante.

I diritti civili in Gran Bretagna dal 1861 al 1967

Due date precise sanciscono il punto di partenza e di arrivo. L’inizio è segnato dal 1861, scelto come incipit perché marca l’anno in cui è stata abolita in Gran Bretagna la pena di morte per il reato di sodomia, anche se all’epoca ancora punibile con la prigione.

Mentre il 1967 segna la fine perché anno della parziale decriminalizzazione del sesso fra uomini (quello fra donne non venne mai dichiarato illegale, anche questa una forma di pregiudizio e discriminazione che vede le relazioni lesbiche alla stregua di amicizie affettuose).

Proprio alla luce di queste connessioni con fatti storici, numerose sono le opere “testimonianza” di vicende personali rappresentative del contesto sociale nei vari periodi. Fra queste, il ritratto di Oscar Wilde, nonché la porta della prigione dove rimase rinchiuso per due anni dopo la condanna per “gross indecency” (indecenza) e quello di Radcliffe Hall, autrice del “Pozzo della Solitudine”, un romanzo processato per oscenità in quanto apriva il sipario sull’amore omosessuale.

Fino ai cortometraggi con cui si chiude la mostra, che danno voce alle toccanti esperienze di icone queer come David Hoyle, Ian Mc Kellen e Shon Faye. Il percorso della mostra si articola cronologicamente, con una divisione in decenni abbracciando un’enorme diversità d’ispirazioni e stili, ma anche per tema e per movimenti artistici.

Desideri nascosti

La prima sala mostra i desideri nascosti della società aristocratica dell’epoca vittoriana. Ad esempio il nudo maschile di Frederic Leighton che rappresenta uno schiavo morente d’ispirazione michelangiolesca con corpo atletico e richiami omoerotici, senza però mostrare palesemente il desiderio dell’autore.

Si comincia anche con la corrente più estetizzante dei Pre-Raffaeliti della seconda metà dell’ ‘800, dove spesso la pittura trapassa nel compiacimento per la sensualità dei corpi, fitto di allusioni omoerotiche e nutrito di ideali di bellezza androgina. Sempre però invocando la tradizione classica delle relazioni tra persone delle stesso sesso, come ad esempio il quadro Saffo abbraccia Erinna.

arte queer
Saffo ed Erinna in un giardino a Mitilene, Simeon Solomon (1864)

I gruppi di Bloomsbury e di Soho

Si passa poi alle opere di altri “circoli” di artisti, come quello di Bloomsbury – fulcro della vita intellettuale londinese a inizio ‘900 – o il gruppo di Soho – centro della cultura queer anni ’60 – i cui reciproci rapporti, anche amorosi, emergono implicitamente dall’immortalarsi a vicenda in momenti di vita domestica.

Ancora più significativi sono i disegni pensati per fruizione individuale, come quelli di Duncan Grant e Keith Vaughan, dove la sessualità e l’intimità si fanno esplicite, assumendo una carica di liberazione rispetto alla sfera pubblica, allo stigma sociale e ai rischi di imputazione penale che essa prevede.

Le donne e la lotta contro gli stereotipi di genere

Un forte messaggio di emancipazione si riscontra anche nella sala dedicata agli artisti, soprattutto donne, che hanno sfidato norme e stereotipi di genere, per esempio rivendicando un’autorevolezza proprio come artiste: troviamo allora Laura Knight che si dipinge nell’atto di ritrarre delle modelle in un’epoca in cui le donne non erano ammesse alle lezioni di disegno dal vero.

Autoritratto e Nudo, Laura Knight (1913)

Ancora troviamo i volti, vibranti di energia e vivacità intellettuale, di donne scrittrici, come Violet Paget e Vita Sackville-West: entrambe adottarono pseudonimi, rispettivamente “Vernon Lee” e “Julian”, non a caso in una situazione storica in cui la creazione artistica era soprattutto ad appannaggio maschile. Quest’ultima visse apertamente e trasgressivamente le proprie relazioni omosessuali, fra cui anche quella con Virginia Woolf e divenne fonte di ispirazione per il suo personaggio dalle fattezze androgine Orlando.

La fluidità del genere

In questa sala sono presenti poi i contributi di Claude Cahun, famosa per la lunga serie di autoritratti fotografici in cui decide di sfoggiare abiti maschili e testa rasata o di agghindarsi come una bambola, decisione non priva di valenza politica.

Attraverso il proprio corpo e gli oggetti, infatti, gioca con gli attributi e quindi l’appartenenza di genere, ne percorre il confine per abolirlo e ne esplora la fluidità per ribadirsi “neutra” con le parole:

“Masculine? Feminine? It depends on the situation. Neuter is the only gender that always suits me”

[ Maschile? Femminile? Dipende dalla situazione. Neutro è l’unico genere che mi si addice ].

Anche lo pseudonimo Claude Cahun, simboleggia la fluidità dell’identità di genere perché è privo di ogni connotazione.

Il teatro e l’espressione queer

Sempre in questo spirito, attraverso l’esposizione di oggetti e vestiti di scena, si inserisce la sala “tipi teatrali” dedicato al travestimento teatrale come forma di scambio di identità e allusivo a quell’aspetto performativo, che spesso rimane inconscio, dell’identità di genere a livello del linguaggio e degli atteggiamenti.

“Gender is an impersonation” [Il genere è una perfomance] dice la filosofa Judith Butler: non è un caso allora che il teatro sia lo spazio che dischiude più visibilmente una prospettiva queer, tanto che “essere teatrale”, ne diventa un eufemismo, quasi un sinonimo. Questo fatto riflette in realtà una relegazione di potenziali contaminazioni d’identità, e quindi di una concezione più fluida dei generi e degli orientamenti, alla dimensione della “finzione” scenica o dell’intrattenimento disimpegnato e popolare, indicandone sostanzialmente una mancata accettazione.

Le contraddizioni dell’arte queer degli anni ’50

La penultima sala mostra invece le contraddizioni della vita dell’arte queer tra gli anni ‘50 a la fine degli anni ‘60 quando anche se i confini tra il privato e il pubblico andavano contaminandosi, le coppie dello stesso sesso erano ancora costrette a rimanere nascoste per paura del carcere. Mantenendo il segreto della loro vita privata come gli artisti Joe Orton e Kenneth Halliwell che avevano letti separati nel loro piccolissimo appartamento per mantenere la facciata di non essere una coppia.

Francis Bacon & David Hockney

La mostra si conclude con le opere delle icone queer David Hockney e Francis Bacon raffiguranti, se pur con stili completamente diversi, scene esplicite di desideri tra persone dello stesso sesso.

Entrambi oltre ad essere influenzati dalla cultura visiva dominante a loro contemporanea hanno subito l’influenza delle foto omoerotiche dei lottatori di Eadweard Muybridge pubblicate su riviste per bodybuilders. Traendone ispirazione e eliminando ogni ambiguità esplorandone il valore sessuale ed erotico. David Hockney, al quale la Tate Britain ha dedicato anche una mostra retrospettiva, mostra la contaminazione dei graffiti con colori vivi e giocosi sovvertendo ulteriormente l’arte in senso queer.

David Hockney, Ritratto di un artista (Piscina con due personaggi) (1972)

Articolo di Barbara Bravi e Laura de Bonfils

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