#LaCasaSiamoTutte: voci femministe in difesa della Casa delle Donne di Roma

#LaCasaSiamoTutte - Casa internazionale delle Donne contro ogni ipotesi di sfratto

La Casa internazionale delle Donne di Roma, memoria storica e cuore pulsante del femminismo romano e italiano è sotto sfratto.

Il Comune ha sospeso le trattative per un accordo (che era stato trovato con l’amministrazione precedente, pagando l’affitto sotto forma di servizi sociali gratuiti resi alla collettività) e chiesto il pagamento dei debiti pregressi dell’istituzione. Nella probabile impossibilità che la Casa delle donne possa pagare la cifra richiesta (oltre 830mila euro entro 30 giorni), si passerà allo sfratto.

Ci sembra che la decisione del Comune di Roma sia molto grave perché non riconosce né il ruolo né il valore che la Casa delle Donne ha come come istituzione che offre non solo servizi, ma occasioni di formazione, dibattito e aggregazione per tutte e tutt* noi.

Chiudere la Casa delle Donne significa sbattere la porta in faccia a centinaia di donne e di attiviste e tentare di cancellare un pezzo importante della nostra storia democratica, che andrebbe invece aiutato, protetto e valorizzato.

Proprio perché la Casa delle Donne è di tutte, indipendentemente dai femminismi e dalle ideologie politiche a cui apparteniamo, abbiamo chiesto ad alcune voci dei femminismi italiani un messaggio di solidarietà: in tante hanno partecipato e stanno continuando a partecipare per dare sostengo alla campagna #LaCasaSiamoTutte e alla petizione lanciata dalla Casa delle Donne di Bari.

Alziamo il volume del nostro coro di protesta, perché arrivi fino alle Sale del Campidoglio e non solo.

Spargiamo la voce, condividiamo con l’hashtag #LaCasaSiamoTutte e restiamo unite e unit* in difesa della Casa internazionale delle Donne di Roma!

Ecco le voci femministe che si sono unite in questa iniziativa, con ricordi e testimonianze.

Casa delle Donne di Roma: nell'immagine è raffigurata una casa piena di donne con la scritta "La casa siamo tutte. Ché qui siamo tutte di casa"
Casa delle Donne di Roma: vignetta di Anarkikka

Barbara Bonomi Romagnoli: «La Casa internazionale delle Donne per me rappresenta un luogo di conflitto fecondo. Ho imparato a frequentarla nel corso del tempo quando ho capito l’importanza di un luogo per i femminismi. E’ segno e simbolo di molti percorsi politici romani delle femministe separatiste, dei tanti altri femminismi e anche di percorsi misti.Per questo deve rimanere un luogo ritenuto prezioso per tutta la città. Perché le femministe hanno saperi e pratiche che parlano a tutt* e che hanno a che fare con il benessere della convivenza sociale, della crescita politica degli spazi comuni e con un’idea innovativa di cultura a disposizione della città. La sindaca Raggi verrà ricordata per essere stata la prima donna a governare Roma ad aver cercato di recuperare prima i soldi dalle femministe che quelli dal Vaticano, dai palazzinari, dai tredicine etc etc. Peccato per lei, ma faremo di tutto per avere la casa gratis aperta a tutt*».

Viola Lo Moro (Libreria Tuba): «Le 5 giornate Lesbiche, il primo collettivo queer e post coloniale, lo spazio separatista, la costituente, un anno di seminari. Una volta al giorno in motorino attraversando Roma per tanti anni, l’incontro con donne scontrose, intelligenti, indifferenti, accoglienti, potenti, vecchie e giovani. Un anno di workshop di drag king, innumerevoli caffè con amiche, compagne di lotta, confidenze. Momenti di grande sconforto di fronte al sentirsi eternamente la “giovane che prende parola”, momenti di grande sorellanza con donne quarant’anni più grandi di me con cui la differenza di età spariva. Gli incontri di DWF e le feste, le piccole assemblee, le grandi assemblee, la casa che vorremmo, la casa che è troppo lontana, la casa che non ho mai tempo di andarci. La casa che chiamiamo casa perché è una abitudine chiamarla così e perché così è».

Cecilia Robustelli: «Donne e uomini di oggi hanno il dovere di proteggere e conservare per le generazioni presenti e future quello scrigno di memorie, dati, cultura, esperienze, sentimenti, che costituisce la Casa Internazionale delle Donne di Roma. Tante donne l’hanno abitata, vi hanno discusso e lasciato traccia del loro pensiero e delle loro mani, e ancora continuano a vivere fra le sue mura, impalpabili ma insieme presenti al di là del tempo e dello spazio. Fra queste mi è caro ricordare e rendere omaggio a Alma Sabatini, che in quelle stanze elaborò, con la collaborazione di Marcella Mariani e la partecipazione alla ricerca di Edda Billi e Anna Santangelo, quello che è stato il primo studio su Il sessismo nella lingua italiana. A lei, che proprio in quei locali ricevette, insieme al marito, l’ultimo saluto in occasione della sua tragica e prematura scomparsa, è oggi dedicato all’interno della Casa il Centro di documentazione Alma Sabatini, un punto di riferimento fondamentale e imprescindibile per chiunque voglia riflettere sulla rappresentazione della donna nel linguaggio. Anche per questo vorrei che la Casa Internazionale delle Donne di Roma rimanesse, per sempre, esattamente dov’è».

Cristina Obber: «Ho conosciuto la Casa internazionale delle donne grazie a Giuliana Sgrena, perché le donne splendide ti portano in luoghi splendidi. Vi ho presentato il libro “Non lo faccio più” il 25 novembre 2012 e mi sono sentita accolta dal primo istante, da Francesca Kock, che stimo moltissimo, e da tante altre donne, che si muovevano in quello spazio aperto sul mondo, dove crescere ognuna attraverso i percorsi delle altre. Un luogo di cultura e di pace, in cui nutrirsi. Non voglio e non posso pensare che qualcuna o qualcuno non si renda conto di quanto sia fondamentale e indispensabile per Roma e per tutte noi, che non si ricordi cosa ha fatto La Casa in tutti questi anni. Perché sia chiaro, è l’amministrazione quella in debito».

Eretica: «Alla Casa internazionale delle Donne ho trovato assemblee numerosissime e ricordo in particolare il momento in cui, quando c’era “Sommosse”, abbiamo fatto un workshop per insegnare alle altre a gestire un blog, perché tutte avessero la possibilità di auto-rappresentarsi senza delegare: la condivisione dei saperi in un tempo in cui ancora la moltitudine di blog e pagine e gruppi non esisteva».

Graziella Priulla: «1983: i gruppi femministi di via del Governo Vecchio ottengono dal Comune di Roma l’assegnazione dell’immobile del Buon Pastore. Io non abitavo già più a Roma, ma ricordo l’emozione di una notizia che diede a tutte il coraggio di pretendere dalle istituzioni locali sedi di visibilità e di agibilità della cittadinanza femminile. Chi avrebbe potuto immaginare allora che sarebbe stata la prima sindaca della città a ignorare la storia e a rimetterla in discussione?».

Silvia Vaccaro: «Se nel 2017 milioni di donne stanno usando l’hashtag #metoo e #wetogether per denunciare di aver subito molestie e abusi da parte di uomini è perchè, negli ultimi 50 anni, migliaia di donne hanno pensato e praticato il femminismo riuscendo – spesso, non sempre – a rompere quel “come va il mondo” che si chiama patriarcato. Oggi è a rischio uno di quei luoghi dove questa rivoluzione è nata, ha vissuto e si articola nel presente. Ma sono vane le speranze di chi vuol zittire le donne e cancellarne la memoria. La Casa Internazionale delle Donne di Roma è un patrimonio di tutti e tutte e non si tocca».

Lorenzo Gasparrini: «In questo posto ho incontrato persone splendide, ho ricevuto sorrisi di scherno, mi è stato detto di non entrare, sono stato accolto, ho assistito a solidarietà commoventi, ho visto discriminazioni assurde. Ma è uno dei luoghi più importanti della mia città. E lo difenderò come posso».

Giulia Blasi: «Ormai ce ne saremo accorte: delle donne, intese come segmento della comunità con esigenze specifiche in fatto di salute riproduttiva e tutela dei diritti, non frega niente a nessuno. Si tagliano i finanziamenti ai consultori, si riempiono gli ospedali di attivisti antiabortisti e si permette ai ginecologi di dichiararsi obiettori per non praticare interruzioni di gravidanza. Sulla pelle delle donne si fanno campagne per la fertilità “bene comune” che si guardano bene dall’attaccare i veri motivi della denatalità. La Casa Internazionale delle Donne ha questo piccolo difetto: si occupa delle donne, fornisce servizi alle donne, coltiva una cultura che non cancella le donne. Per questo il Comune di Roma, ignorando completamente gli accordi a cui era giunta con l’amministrazione precedente quella che è una vera e propria istituzione della città, ha deciso che la Casa Internazionale delle Donne deve lasciare la sua sede. Anche se fornisce servizi al cittadino. Anche se lo fa da trent’anni. Anche se i servizi offerti fossero fondamentali per la vita di molte persone. Perché queste persone sono donne, e delle donne non frega niente a nessuno».

Giorgia Serughetti: «Alla Casa mi sento a casa. È un luogo di bellezza, di relazioni, anche di conflitti. E di tutte queste cose abbiamo terribilmente bisogno. Come abbiamo scritto su Femministerie, blog collettivo di donne, “non stiamo parlando dell’ultimo baluardo di un movimento femminista finito. La Casa internazionale delle donne di Roma è un luogo vivo di elaborazione, incontro, accoglienza, empowerment e – per nostra fortuna – anche di divertimento”. Insomma la Casa siamo tutte, e la Casa non si tocca».

Simona Sforza: «In un Paese in cui gli spazi di incontro sociali e culturali accoglienti, accessibili e fruibili da tutt* sono rari e pertanto preziosi, fa male assistere all’idea che una storia trentennale si possa intaccare per una questione debitoria, senza considerare quanto la Casa internazionale delle donne ha donato alla città e non solo. Ci auguriamo che si possano trovare soluzioni che consentano di non interrompere questo scambio, per non tagliare i fili di relazioni positive che nella storia della Casa si sono intrecciati. Uno spazio che a partire dall’esperienza femminista ha offerto occasioni di ascolto, di incontro e confronto, di elaborazione di una politica differente, solidale. Uno spazio da abitare con idee e corpi in movimento, da condividere, un punto di riferimento per tante donne. Ha svolto un’azione instancabile che permettesse di valorizzare il contributo e i saperi femminili. Ce ne vorrebbero tanti di luoghi di questo tipo, per questo penso che si debba risolvere al meglio questa vicenda. Per il bene dell’intera comunità non solo cittadina, ma italiana, perché la Casa è un bene di tutto il Paese».

Natascia de Matteis (Non una di meno Torino): «Ci ho lavorato per anni in questo spazio. È stato bello e anche complesso: alcune donne mi hanno fatto tanto arrabbiare, con altre ci siamo riconosciute, alcune come Madda e Nina, con le quali ho condiviso tanti momenti, gioie e lacrime e fatiche, non ci sono più. In quello spazio c’è parte della mia memoria e alcune donne meravigliose. Resisti Casa».

Chiara di Narrazioni Differenti: «Sono operatrice di accoglienza e di accoglienza in emergenza da quasi 8 anni in un Centro Antiviolenza: una Casa come quella di Roma che vogliono sfrattare. Nessun luogo “al femminile” è ricco come le “Case delle donne” Ricco di empatia, di scambio, ricco di solidarietà e sorellanza. Le donne si raccontano, parlano di sé, si scambiano idee ed esperienze, in perfetta parità. Le donne ferite e umiliate che vengono in questi centri, si trovano al centro, protagoniste della loro vita, recuperano autostima, capacità decisionale, perché vengono ascoltate senza giudizio o pregiudizio. Si sentono sostenute in ogni passo del proprio percorso di uscita dalla situazione difficile che stanno vivendo, senza prevaricazione. Passo che esse stesse decidono di compiere con i propri tempi e le proprie modalità. Se hanno bisogno di consulenza legale e/o psicologica, la possono trovare e le professioniste che trovano sono formate ad hoc. Infatti, le “Case delle donne”, sono anche luoghi di cultura, dove si recupera la storia delle donne e il loro contributo alla crescita dell’umanità, dove si promuove la figura femminile in tutti i campi, dove si organizzano incontri formativi, convegni. Luoghi che operano nelle scuole, in progetti volti alla realizzazione della cultura del rispetto e delle pari opportunità. Privare Roma di una simile “Casa” significa impoverire l’intera città e togliere alle donne, ma non solo, un fondamentale punto di riferimento».

Nadia Somma: «La Casa Internazionale delle Donne fa parte della storia del femminismo italiano, è uno spazio di libertà, di parola, di coscienza, di pensiero e di incontro dove si conosce la forza delle donne: delle attiviste, delle resistenti, delle ribelli, delle indomabili, delle imperdonabili e ostinate, di quelle sempre spettinate e irriverenti, delle girovaghe e delle erranti che non si arrendono e che sanno immaginare luoghi e relazioni umane dove la violenza del bisogno di potere sia assente, perennemente sconfitta. #LaCasaSiamoTutte non lasciamola».

Giulia Terrosi e Valentina Romanello (Un altro genere di rispetto): «Questo spazio storico che simboleggia il passaggio dalla reclusione alla liberazione femminile non può sparire. La Casa è stata ed è un luogo di rifugio, di apprendimento, di crescita e di libertà! Tante liberazioni sono state fatte ma tante altre devono essere fatte ancora! Non sono semplici mura, questo luogo è Casa per molte donne. è un luogo di accoglienza, di cultura e di autodeterminazione, un posto magico che non può e non deve essere abbattuto. La Casa è un punto di riferimento chiunque voglia crescere intellettualmente e cercare di cambiare le discriminazioni di questa società. Per questi motivi ci impegneremo con tutte le nostre forze affinché questo non accada!».

Anarkikka: «La Casa è un luogo di memoria, ma vivo e presente. Un luogo per le donne, con le donne, come pochi, in un Paese dove gli spazi di incontro (e di scontro!) non sono mai sufficienti alla sua crescita civile. Un Paese si riconosce da come tratta le donne. Ecco, non facciamoci ri-conoscere! Rispettiamo questo luogo, la Casa, riconoscendogli tutto il suo valore. Che è il valore che la Casa dà e ha sempre dato a tuttE noi».

Collettivo di femministe e lesbiche La Mela di Eva (Roma): «Chi va all’assemblea alla casa? Quante volte questa domanda alle riunioni di collettivo! Ci siamo andate tutte, a turno, a discutere arrabbiarci confrontarci a conoscere tante femministe e lesbiche, organizzare cortei, manifestazioni, manifesti e presidi. Non è stato sempre facile, ma ci siamo state quando non si entrava nella stanza e quando eravamo solo 30. La casa è un luogo che come femministe e lesbiche ci appartiene, anche adesso che il nostro piccolo collettivo non c’è più, è come la casa dove sai che puoi sempre tornare».

Associazione Orlando – Centro delle donne di Bologna: «A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, quando si diceva via del Governo vecchio si diceva Casa Internazionale delle Donne. La casa era un simbolo, il suo nome era divenuto il nome dell’intera via, in essa si riconoscevano femministe e attiviste dei più svariati tipi, di diverse provenienze. Nel corso degli anni la Casa Internazionale delle Donne ha ospitato riviste fondamentali per gli sviluppi del pensiero femminista (Noi donne, DWF, Il paese Delle Donne), ma anche centri come il Virginia Wolf, diventando punto di riferimento culturale e intergenerazionale. Oggi, nella attuale sede di via della Lungara 19, si riuniscono decine e decine di associazioni di donne. Le attività, i servizi e gli eventi che ogni giorno vengono organizzati alla Casa non sono valutabili tout court in termini di denaro. Desideriamo vivamente che la Casa Internazionale delle Donne continui a vivere e che tra le sue mura continuino ad alternarsi diverse generazioni, diversi generi e diverse genti. Ci uniamo a quel foltissimo coro che in queste ore chiede a Sindaca e Comune di Roma di ritirare il termine perentorio e riaprire il dialogo, riconoscendo il suo valore non solo per le donne di Roma, ma per tutto il movimento delle donne a livello nazionale e internazionale».

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