#anchequestaèviolenza: la tua testimonianza per il 25 novembre

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Eccoci di nuovo a quel giorno dell’anno, il 25 novembre, che dal 1999 l’Onu ha dedicato alla lotta contro la violenza sulle donne. Una ricorrenza dolorosa ma necessaria (come avevamo sottolineato anche l’anno scorso): solo nel 2015 sono state 110 le donne assassinate in Italia. Uccise per vendetta, per rabbia, per egoismo, per odio. Di certo non per amore, anche se c’è ancora chi si ostina a chiamarli “delitti passionali”, visto che nella quasi totalità dei casi i carnefici sono mariti, amanti, ex fidanzati.

Oggi è quel giorno dell’anno in cui veniamo bombardate da immagini di donne rannicchiate, sanguinanti, piene di lividi. Donne vittime, ritratte come manichini scomposti e spaventati. Perché è questo che fa la violenza, quando è cieca: ci rende esseri inermi e impauriti.

Ma che è effetto ha questa rappresentazione della violenza sulle donne? Negli anni passati sicuramente ha aiutato a lanciare l’allarme sul fenomeno. Ha scosso le coscienze (qualcuna, almeno) e contribuito a mobilitare enti e autorità a parlare di questa emergenza sociale che non poteva più riguardare solo le donne.

Questa fase, però, deve essere superata.

Ora si deve andare oltre la facciata del problema. Si deve lavorare per far comprendere che i femminicidi e le aggressioni fisiche alle donne sono la punta dell’iceberg di un sistema culturale che è terreno fertile per il seme velenoso della violenza. Un sistema culturale che permette alla mancanza di rispetto, al disprezzo e allo svilimento delle donne di degenerare fino agli insulti, le minacce, le persecuzioni, le botte.

Gli omicidi e i pestaggi sono l’aspetto più drammatico di questa cultura, ma per sconfiggerli, mostrare occhi neri non basta. C’è bisogno di educazione, di sensibilizzazione. C’è bisogno di far capire che la violenza non è solo fisica, ma anche psicologica. E che le radici di questa violenza sono tutte quelle piccole molestie che le donne subiscono nei modi più diversi, ogni giorno.

Ogni battuta sessista sul lavoro, ogni mano morta sull’autobus, ogni atteggiamento possessivo da parte dei nostri compagni, ogni volta che viene limitata in qualsiasi modo la nostra libertà, questa cultura violenta viene diffusa.

Sottovalutarlo o addirittura negarlo – come spesso, purtroppo, fanno le stesse donne che ne sono vittima – significa non voler affrontare il problema della violenza sulle donne in tutta la sua complessità. Significa, a volte, strumentalizzarla per fare scalpore. Significa far finta di niente finché un’altra donna non viene uccisa brutalmente e finisce sulle prime pagine dei giornali.

Significa in una parola arrendersi alla violenza.

Perciò, in occasione di questo 25 novembre invitiamo le nostre lettrici e i nostri lettori a raccontarci con l’hashtag #anchequestaèviolenza le mille sfaccettature della violenza sulle donne. Diteci nei commenti, su Facebook o in un tweet quali gesti, atteggiamenti, frasi rappresentano per voi la cultura della violenza: raccoglieremo le vostre testimonianze per dimostrare che noi, no, non vogliamo arrenderci.

Guarda tutte le testimonianze che ci sono arrivate

3 COMMENTI

  1. Penso che sia bello confrontarsi e parlare ancje delle proprie disavventure.. con chi ti ascolta veramente soprattutto tra donne che invece di scontrarsi come delle stupide si Incontrano.

    • Sì Sara, esatto, l’incontro e il confronto fanno sempre bene: aiutano a sfogarsi, a contestualizzare i propri problemi, a condividere, a capirsi meglio. Sempre e solo sorellanza! :) un bacio

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