La lettera: “Quanto sessismo nell’ambiente delle start up”

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Cara Pasionaria,

qualche anno fa ho partecipato ad un workshop. Si trattava di un percorso guidato di formazione d’impresa. Vi era un centinaio di partecipanti, studenti universitari, incluse circa 20 donne
Il nostro primo compito è stato quello di formare dei team di quattro persone in completa autonomia, cercando di convincere i “migliori” a far parte della nostra squadra ma facendo anche attenzione che all’interno del team ci fossero tutte le competenze necessarie a sviluppare un’idea per trasformarla in un progetto d’impresa. E così, sin dal primo giorno, ci sono state date delle regole da seguire per formare il team, fra le quali quella di non includere più di due donne “perché l’anno scorso c’era un team di sole donne e ovviamente hanno fatto un macello!” Questa regola ha scatenato l’ilarità generale.

Nonostante fossi stata infastidita dal tono e dalle risate volutamente provocate nel pubblico, il mio cervello in quel momento ha preso questa regola per buona. L’idea che “un team di sole donne non va bene” mi è sembrata accettabile, perché coerente con il concetto che i membri della squadra non devessero essere tutti uguali. Questa disparità di giudizio si è annidata nel mio cervello, e con essa la conclusione che a lavorare male sono le donne, non gli uomini, bisogna distribuirle perché una donna può fare bene al gruppo, ma troppe creano un problema.

Questa idea, silenziosamente, deve aver fatto presa anche nella mente di altri partecipanti, a giudicare dall’atmosfera densissima di sessismo che si respirava nell’ambiente giovane, creativo e moderno dell’incubatore di impresa. Per me è stata una scuola di maschilismo senza precedenti.

Ho udito numerose battute su telefoniste, dattilografe, segretarie, fidanzate isteriche o gelose. Alcuni hanno evitato battute oscene in mia presenza, sottolineandolo con frasi tipo “te lo spiego dopo che adesso c’è lei”.

Non ho potuto lavorare serenamente: tutti davano per scontato che avrei contribuito al progetto in modo diligente, ordinato e puntuale, eseguendo le decisioni altrui. Inoltre, ho sentito che i maschi del gruppo cercavano di provare la loro forza esercitandola su di me, unica ragazza del gruppo, quasi a voler “mostrare i muscoli” con gli altri maschi. Inoltre, ho avuto la sensazione di essere sottovalutata e di non essere ascoltata con la dovuta attenzione, anche quando qualche mia opinione veniva confermata dai fatti o da consulenti esperti, la cosa non è mai stata riconosciuta.

La quasi totalità dei ragazzi e la maggioranza delle ragazze partecipanti all’iniziativa non mostravano di avere alcuna percezione del problema sessismo, giudicandolo superato per un ambiente così moderno.

In generale ho vissuto la spiacevole sensazione che le poche ragazze presenti fossero valutate non tanto per le loro qualità intellettive ma per quelle fisiche. D’altro canto decidere di non prendere ragazze troppo carine nel team perché poi “è difficile criticarle o cacciarle se lavorano male” era ritenuto talmente legittimo da venire detto apertamente.

Ciò che mi ha spaventato di più, pensando a quell’esperienza, è stato scoprire che sono stata lentissima a mettere a fuoco il problema e a rigettare alcuni pregiudizi infondati, anche se mi danneggiavano direttamente. Non mi illuderò più, in futuro, di conoscere già tutti i modi in cui le dinamiche sociali possono plagiarmi e impedirmi di vedere l’ovvio. Dare tempo è utile se c’è un pensiero indipendente da freni esterni che può servirsene, altrimenti è tempo perso.

Lettera firmata

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Carissima,
ci sono delle ottime ragioni, a causa delle quali tu hai messo a fuoco il problema in modo non immediato. Vorrei invitarti ad essere un poco più indulgente con te stessa.

Non appena avete ricevuto “le regole”, la concentrazione di tutti si è spostata certamente nello sforzo di accoglierle e maneggiarle. In un contesto simile, è evidente che c’è uno sbilanciamento nel potere, perché eravate lì per imparare qualcosa. Pochi docenti impartiscono insegnamenti a più numerosi discenti, i quali in prima istanza sono portati a prendere sempre per buoni i concetti che vengono trasmessi. Siamo stati istruiti in questo modo, e di conseguenza non siamo abituati a contestare le regole in simili situazioni, almeno non subito.

Comprendo perfettamente il perché ti sei conformata, inizialmente, con l’idea che un team di sole donne non potesse essere produttivo in un contesto professionale. Anche se, nel nostro percorso personale, impariamo a farci un’idea autonoma di ciò che è giusto e di ciò che non lo è, non possiamo fare a meno di essere influenzate, nostro malgrado, da tutta una serie di input che ci hanno accompagnato durante tutta la nostra esistenza.

Fin dalla più tenera età, bambini e bambine ricevono indirizzi educativi che includono stereotipi di genere. Ancora oggi, molte persone ritengono le donne “galline che si azzuffano per il solo fatto di stare nello stesso pollaio”. Oppure si ritiene che “le donne prendono le cose troppo sul personale, e non sanno dosare l’aggressività” – questo è un modo molto vile di ostentare disprezzo per la donna che non si conforma allo stereotipo di creatura mite e obbediente, anche sul luogo di lavoro.
Il problema è che molte donne “credono” a queste attribuzioni, e si conformano ad esse; così come molti uomini si conformano alla stessa maniera, contribuendo a mantenere inalterato lo status quo.

Non è raro sentire donne che lavorano, emancipate e indipendenti, sottolineare a gran voce che “preferiscono lavorare con gli uomini”, e che “le donne passano il tempo a suscitare invidie e a farsi i dispetti, l’una contro l’altra”. Questo accade perché, a volte, è più facile conformarsi col pensiero dominante anziché utilizzare energie per impegnarsi e smentire questi concetti con i fatti.

Le cose possono cambiare con il contributo di tutti e tutte: ognuno di noi, nella propria esperienza quotidiana, può iniziare ad introdurre nuovi elementi. Anche a te, succederà così.

Fai tesoro di ciò a cui hai assistito, per prossime volte in cui potrai intervenire sostenendo le tue ragioni; nel frattempo, non colpevolizzarti troppo se non riesci immediatamente a dissociarti dal pensiero comune: coltiva la tua indipendenza nel ragionamento, ma tieni presente che anche tu sei figlia della nostra cultura, dove nei luoghi di lavoro si respira ancora aria di sessismo e svalutazione dell’operato femminile.

C’è bisogno di femminismo anche per affrontare situazioni come quella che hai descritto: hai tutte le carte in regola per costruire il tuo percorso, proprio perché dalle tue parole traspare il “pensiero indipendente da freni esterni”.

Buona fortuna per la tua vita professionale!

 

Elli Sensi Pecora
Cantante per passione, psicologa per vocazione, gattara per devozione. Adora le auto gialle e girare per il Campidano in moto, detesta i fronzoli e i giri di parole. E' femminista da quando un maschio villoso le disse che doveva radersi le ascelle per ragioni igieniche.

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