Isis, chi sono le due donne in prima linea contro il genocidio degli yazidi

Nell’agosto 2014 l’Isis ha occupato la zona del monte Sinjar a nord dell’Iraq, al confine con la Siria, una terra abitata dalla popolazione yazida, comunità islamica curda considerata “infedele” dal Califfato.

A due anni di distanza l’Onu ha dichiarato che ciò che avvenne durante l’occupazione, nonché le sue conseguenze, costituiscono un genocidio: mentre gli uomini sono stati sottoposti a torture e uccisioni, le donne e i bambini per lo più sono stati rapiti. Nonostante non occupino più le prime pagine dei giornali, secondo il rapporto Onu dello scorso giugno, in oltre 3mila sarebbero ancora in mano all’Isis.

Tra le persone sequestrate, donne e bambine sono costrette a subire stupri e violenze di ogni genere. Ogni giorno, da due anni, le yazide sono tenute prigioniere, rese schiave sessuali, costrette a sposare e servire i propri aguzzini. Spesso vendute come schiave sui mercati, dove il prezzo è stabilito da criteri come verginità e corporatura.

A farsi portavoce della popolazione yazida nel mondo sono oggi due donne.

Yazidi: Nadia Murad Basee Taha durante il suo intervento all'Onu
Una è Nadia Murad Basee Taha, 21enne yazida candidata al premio Nobel per la Pace, che a settembre 2016 è stata nominata ambasciatrice per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani da parte dell’Unodc, l’organizzazione Onu contro i crimini e le droghe.

È la prima volta che questo titolo viene assegnato a una delle vittime di tratta. Nadia fu rapita dall’Isis nell’agosto del 2015 come “bottino di guerra”. Dopo aver subito violenze di ogni tipo riuscì a fuggire, rifugiandosi in Germania.

Nel dicembre 2015 prese la parola all’Onu descrivendo nei minimi dettagli le torture e gli stupri subiti nei tre mesi della sua prigionia e implorando il Consiglio di sicurezza di annientare lo Stato islamico.

“Lo stupro – disse – è stato usato per distruggere le donne e le ragazze, per assicurarsi che non potessero mai più condurre una vita normale”.

Yazidi: Vian Dakhil durante il suo intervento al Summit sui diritti umani

L’altra donna in prima linea è Vian Dakhil, una delle pochissime parlamentari donne irachene, nonché l’unica a rappresentare la minoranza yazida. Questo non le ha impedito di far sentire la propria voce, due anni fa, mentre si consumava il genocidio del suo popolo.

Le sue urla sono esplose tra le mura del parlamento nell’agosto 2014, quando ha deciso di gridare agli uomini che le stavano di fronte, e a tutta la comunità internazionale, le atrocità che migliaia di persone stanno tuttora soffrendo.

Vian non ha avuto paura di pronunciare le parole “genocidio”, “massacro”, “sterminio”, a cui ha aggiunto una supplica: “Aiutateci, salvateci”, comunicando al mondo la sua angoscia e disperazione.

Trascendendo qualsiasi formalità politica, abbattendo la porta che spesso separa realtà e istituzioni, Vian ha contribuito a trasmettere al mondo la portata della tragedia in atto.

La sua campagna le è costata numerose minacce, ma la sua lotta non si ferma, la sua voce continua a farsi sentire. Ha chiesto di nuovo aiuto e giustizia nel 2016, durante il Summit sui diritti umani che si è tenuto a giugno a Ginevra.

La speranza è che gli indifferenti si lascino contagiare dalla passione e l’impegno che Vian mette nella sua lotta, dalle lacrime versate per un popolo che sta morendo. Dalla sua forza capace di portare all’attenzione della comunità internazionale realtà che troppo spesso rimangono lontane dai parlamenti e dalle conferenze internazionali.

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