In India l’omosessualità non è più un reato. Ecco dove si rischia ancora

L’attivista pakistano Wajahat Abbas Kazmi bacia un attivista indiano nel corso di un gay pride [foto di Wajahat Abbas Kazmi]
L’omosessualità non è più un reato in India. La corte suprema indiana ha abolito la Sezione 377, definita una legge “irrazionale e indifendibile” dal presidente. Introdotta nel 1860, durante il periodo coloniale inglese, prevedeva fino a 10 anni di carcere per gli omosessuali, considerati colpevoli di gravi “offese contro natura”.

Con l’India salgono così a 124, su 196 riconosciuti, i Paesi nei quali i rapporti omosessuali non sono o non vengono più considerati reati, secondo quanto riporta l’associazione lgbt Ilga.

In altri Paesi, una lunga lista, l’omosessualità è ancora punita:

  • con una semplice ammenda (Liberia, Malesia);
  • considerata un reato grave, anche in termini di reato di opinione (per esempio Nigeria, Uganda, Marocco, Senegal e Ghana),
  • considerata un reato così grave da essere punibile con la morte, come accade negli Emirati Arabi Uniti, in Afghanistan, in Arabia Saudita, in Mauritania, in Pakistan, nello Yemen, in Iran, in Qatar – se la persona è sposata – e, recentemente, anche in Brunei dove è prevista la lapidazione.

L’India finalmente si è affrancata da questa lista, anche se il percorso non è stato affatto semplice, ovviamente. Già nel 2009 l’Alta Corte di Delhi aveva abolito una prima volta la punibilità dell’omosessualità.

Il documentario “365 without 377″, diretto da Adele Tulli e prodotto da Ivan Cotroneo, illustrò la situazione indiana ad un anno da quel traguardo e fu presentato a Torino in occasione del Lgbt Festival del 2011.

Tuttavia, al contempo si registrò un inasprimento delle fasce più intolleranti della società che, nel 2013, portò la Corte Suprema a ripristinare la legge anti-omosessuali. Sembrava una sconfitta e invece no. Finalmente la Corte si è pronunciata ancora una volta come nel 2009: quella legge non può esistere. E speriamo che sia la conclusione della storia, il lieto fine che tutti aspettavamo.

Come afferma uno dei personaggi del documentario “una legge non è una bacchetta magica che risolve i problemi delle persone dall’oggi al domani”, però, aggiunge la regista nell’intervista di Matteo Nicola Bottino, “li rende più visibili”. E – diciamo noi – è spesso lo step necessario verso la soluzione di quegli stessi problemi.

Ecco quindi che tutta la comunità lgbt e queer (e non solo), dopo la notizia dall’India può festeggiare un altro importante passo per il riconoscimento di un diritto fondamentale: la propria identità.

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