Il docufilm su Amy Winehouse: quando l’artista “maledetta” è una donna

A poco meno di quattro anni dalla morte della indimenticabile Amy Winehouse è stato presentato al Festival di Cannes Amy – The girl behind the name, docufilm sulla vita della tormentata artista. Per vederlo in Italia dovremo aspettare metà settembre, ma in Inghilterra, patria della musicista vincitrice di cinque Grammy Awards, è uscito già da qualche settimana e le polemiche non sono tardate ad arrivare.

Tralasciando quelle dei genitori, che definiscono fuorviante la visione di Amy come donna data dal film, la nostra attenzione è stata colpita da una recensione apparsa su Mic.com che sottolinea il “doppio standard” sessista che si applica nel mondo della musica a seconda che l’artista di cui si parli sia un uomo oppure una donna.

Il giornalista Tom Barnes afferma che ci sono due pesi e due misure, un approccio che continua anche dopo la morte delle star, come se l’eredità musicale di certe artiste rimanesse sempre legata al comportamento autodistruttivo avuto in vita (basti pensare anche a Janis Joplin, Billie Holiday e Whitney Houston)

Fa più scandalo se a essere devastata dall’alcol è un’icona femminile? Una musicista che muore di overdose è più “notiziabile” di un musicista maschio che fa la stessa fine?

Kurt Cobain
Kurt Cobain

Secondo Barnes sì, e la dimostrazione più tangibile di questo “doppio standard” viene offerta da Montage of Heck, documentario uscito solo qualche mese fa sulla vita di Kurt Cobain. Il film esplora il suo uso e abuso di droga, ma dedica più tempo alla sua crescita come artista, alle sue innumerevoli ore di pratica, alla sua idolatria di eroi del punk rock e ai suoi scarabocchi senza fine, che ci fanno capire ancora meglio quanto le sue idee fossero ribelli e contro il sistema.

A parità di “storia maledetta”, se si parla di un musicista maschio ci si soffermerà di più sulla musica e su come questa nasca, magari proprio veicolata da tossicodipendenze che in un certo senso vengono tollerate e giustificate, mentre se l’artista è femmina si parla di più della vita incasinata e dei rapporti personali devastati dalle droghe.

Anche per me, e lo dico da musicista, i due pesi e le due misure sono evidenti: Amy Winehouse era una bravissima chitarrista e scriveva interamente le proprie canzoni (musica e testi), ma quasi mai viene elogiata per questo. Quando non si parla dei suoi scandali e dei suoi tormenti, al massimo si parla della sua voce e niente più.

Anche i Nirvana avevano dei produttori artistici, e che produttori (Steve Albini e Butch Vig), ma nessuno si azzarda mai a dire: “Ah beh, le canzoni le scriveva l’arrangiatore non di certo Kurt, perché lui era troppo fatto”. Cosa che invece si è detta spessissimo per Amy Winehouse.

All’inizio della carriera Amy suonava sempre la chitarra elettrica dal vivo, poi hanno cominciato a togliergliela e a farle avere un look anni 50 non solo negli outfit ma anche nelle scenografie, e di conseguenza la chitarra andava sempre in mano a un uomo.

Questa cosa succede spessissimo, anche con altre artiste ancora in vita. Per questo spesso le donne del pop hanno più successo col pubblico: si inseriscono in uno standard già prestabilito, confezionato a pennello per il pubblico di riferiemento.

Ad esempio, anche Katy Perry suona bene la chitarra elettrica, ma l’avete mai vista in un videoclip impugnare lo strumento? E ancora: quando Shakira arrivò dalla Colombia e venne lanciata come pop idol nel mercato anglofono le venne fatto un super restyling che prevedeva non solo trucco e parrucco, ma anche appendere la chitarra acustica al chiodo. Solo Lady Gaga suona il piano nei video e nei live e neanche sempre.

In generale le donne nella musica devono cantare e ballare contemporaneamente, fare uno show (guardare le classifiche di vendite per credere: Rihanna, Miley Cyrus, Madonna…) mentre la musica la suonano gli uomini. Se invece suonano strumenti (da qualcuno definiti prettamente maschili, chissà poi perché) sono catalogate come punk rockers o comunque non da classifica, ma di nicchia, underground.

“Questo è il trattamento che riserviamo alle artiste musicali femminili, i cui contributi artistici sono una mera nota in calce al dramma delle loro vite”, conclude la recensione di Mic.Com.

Qualche eccezione fortunatamente c’è: St.Vincent, cantante polistrumentista, cantautrice e compositrice statunitense, che non ha paura di impugnare la sua chitarra anche se non è in linea con le regole del mercato discografico femminile. Il suo ultimo album è stato definito uno dei migliori del 2014 arrivando anche a scalare le classifiche che più contano: la Uk Albums Chart e l’americana Billboard 200.

St-Vincent
St-Vincent

In attesa dell’uscita del docufilm di Amy anche in Italia vi lasciamo con il video di una dolcissima Amy diciottenne mentre si reca a un’audizione con la sua chitarra acustica.

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