I maschi etero hanno rovinato il porno

“Crazy Threesome”, di Ersties

Lo scricchiolio è quello dell’anta dell’armadio che ho appena aperto. Poggio il piede sul pavimento, sono fuori, confesso: guardo parecchio porno. È un coming out dovuto.

Già sento la gente mormorare: una ragazza che guarda porno? Wow. Come se avessi scoperto i segreti mistici di un antico culto. Fra uomini, è tutto uno scambio di sorrisetti maliziosi il momento in cui colgo una battuta inerente al porno o faccio un riferimento al nome dei siti più famosi. Magari qualcuno si imbarazza, non sa cosa dire, rimane di stucco.

Insomma, c’è un pregiudizio che ancora aleggia nei confronti delle donne che ricercano il piacere anche in questo modo e che, soprattutto, non si vergognano a dirlo. Di porno le donne non devono parlare.

Indagare sui motivi che stanno alla base di questo tabù sarebbe un lavoro complesso. Sono ragioni che hanno radici così profonde da rendere praticamente impossibile la destrutturazione e l’analisi. Alla luce di quanto ho appreso durante tutti questi anni di femminismo militante, trovo assurdo che qualcuno ancora pensi che il porno e le donne siano due mondi opposti, nettamente separati.

Però a rifletterci bene, c’è un fondo di verità in questa affermazione. Perché in effetti il porno così come lo conosciamo, da quello tradizionale e analogico, in videocassette nascoste in una stanza semibuia del videonoleggio, a quello moderno e digitale, che basta inserire una parola chiave su Google per trovarlo, non è esattamente concepito per le donne.

Avete mai visto un porno lesbo? Pare che tutti rispettino certi particolari stereotipi: le protagoniste sono in genere due-tre ragazze dal fisico asciutto e glabro, almeno una fra le presenti ha i capelli rossi, le posizioni assunte ricordano acrobazie da circo più che un rapporto sessuale, tutte le ragazze ammiccano in camera e quello che succede sotto l’occhio dell’obiettivo è completamente impersonale e privo di sentimento.

Certo, direte voi, si tratta di un porno, non può esserci sentimento. Ma il coinvolgimento si può anche fingere, e il punto è che nel porno non ce n’è traccia, perché si pensa che alle persone a cui è destinato non importa che ci sia.

Il target principale del porno lesbo non si preoccupa se quello che sta vedendo è tanto innaturale che una donna nella stessa situazione avrebbe difficoltà a provare piacere. Tutto quello che conta è che le protagonista sia esposta, offerta agli occhi del pubblico, vittima sacrificale dello sguardo dello spettatore. In altre parole il target principale di questa categoria di porno è il maschio etero: è il male gaze a governare tutto.

Lo sguardo maschile che rende passive e oggetto. Esiste da che se ne ha memoria, lo si ritrova praticamente dappertutto. Gli uomini hanno creato questo mondo e se lo sono cucito addosso, stabilendone le regole. In quest’ottica, le donne in quanto spettatrici di porno non sono contemplate, non possono esistere. Un’idea abbarbicata che, in tutta probabilità, è anche il motivo per cui molte non si sentono a loro agio quando si tratta di pornografia e preferiscono starci lontano.

Ma che ne è di tutte quelle donne che invece hanno voglia di uno stimolo sessuale visivo che sia libero da certe imposizioni eterosessiste? E quelle che non sono interessate alla presenza maschile, nemmeno se presentata come punto di vista? Insomma, cosa rimane a noi povere donne che non ci accontentiamo?

Per diverso tempo ho vagato nei meandri del web, passando da sito a sito, con l’amara convinzione che non ci fosse niente che potesse rispondere alle mie esigenze. Femminismo e pornografia non sono fatti l’uno per l’altra, mi dicevo, meglio lasciar perdere. Guardavo i soliti video con gemiti e urla inverosimili e cercavo di accontentarmi.

Poi un giorno ho scoperto Ersties, una casa di produzione pornografica berlinese che dal 2010 si pone come obiettivo quello di mostrare il sesso per quello che è davvero. Non si tratta di video amatoriali. Quelli girati da Paulita Pappel, fondatrice di Ersties, sono video professionali in tutto per tutto, tranne per il fatto che i protagonisti sono persone comuni, gente che si potrebbe incontrare per strada o nel proprio condominio. Non ci sono canoni di bellezza imposti dall’alto, ma corpi erotici e sensuali nella loro naturalezza.

Esempi di questo tipo se ne possono trovare parecchi. Erika Lust è una produttrice svedese che ha messo su un sito in cui gli utenti possono confidare le proprie fantasie (non a caso il nome del sito è XConfession) per vederle poi rappresentate da attori professionisti.

Ma non c’è bisogno di andare troppo lontano, perché persino in Italia qualcosa si muove. Nel 2011 un gruppo di dodici registe italiane si sono riunite in un collettivo chiamato “Le Ragazze del Porno” con lo scopo di girare dieci cortometraggi porno, da cui poi trarre un film, che sovvertissero i meccanismi dello sguardo maschile. Due di questi cortometraggi sono stati presentati al Milano Film Festival e hanno riscosso un insolito successo, se si considera che viviamo in un paese in cui la liberazione sessuale è ancora ben lontana e le donne che amano il sesso e che ammettono di amarlo continuano ad essere stigmatizzate.

Parlare di porno femminista può sembrare una contraddizione, e in effetti si tratta di un genere osteggiato su più fronti. Una parte del movimento femminista, per esempio, quella più radicale, sostiene fermamente che il porno è intrinsecamente misogino e violento essendo esso il frutto di una società patriarcale che rende oggetto il corpo della donna anche in assenza del male gaze, sostendendo che il porno femminista non è davvero femminista.

Senza contare quegli uomini convinti che tutto ciò che sia femminista abbia a che fare solo con l’universo femminile e non li tocchi nemmeno di striscio. A tal proposito, proprio Erika Lust si è espressa su Wired con un articolo dal titolo eloquente: “Il porno femminista piacerà a lui”.

È certamente un genere di nicchia, se non altro per una serie di pregiudizi che sono difficili da spazzare via. Si tratta però senza ombra di dubbio di una tendenza in espansione, una delle colonne portanti del femminismo post-moderno che non vede nel sesso una tentazione diabolica da cui fuggire.

E se negli ultimi anni se ne è parlato spesso bisogna ringraziare anche l’endorsement di star del cinema come Emma Watson e Ellen Page che si sono esposte in prima persona, spiegando al mondo quanta importanza abbia il porno all’interno della società e perché è necessario che almeno una parte di esso si scrolli di dosso l’impronta maschilista per abbracciare il piacere femminile nella sua forma più reale.

Ma anche l’ideazione dei Feminist Porn Awards, un evento annuale che dal 2006 contribuisce, grazie alle onorificenze che vengono assegnate, alla diffusione di una nuova idea di porno che è di qualità ed è adatto a tutti. Mild to wild, straight to queer, smart sexy films for everybody (“da mite a selvaggio, da etero a queer, film sexy intelligenti per tutti”): così recita la tagline della manifestazione, sottolineando quanto sia inclusiva questa nuova forma di pornografia.

In altre parole, buone notizie: adesso il porno è anche per me.

Anche, certo, perché non c’è motivo per cui un uomo non possa guardarlo e apprezzarlo così come lo apprezzo io. Anzi, vi suggerisco di farlo: ah, la quantità di cose che si possono imparare quando al centro del video c’è il piacere vero e non qualcosa di architettato che distorce la realtà! E giuro, cari maschi, che nessuna donna mai commenterebbe con risatine maliziose se vi dovessero sentire citare Ersties oppure Erika Lust. Per voi solo sguardi di approvazione.

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