“Ho altro da fare”: donne migranti inaugurano un’etichetta di moda “Senza peli sulla lingua”

Migranti: il logo è una bocca da cui esce una lingua pelosa con una X sopra
Migranti: il logo ricamato dell’etichetta di moda “Senza peli sulla lingua”

Nel 1976 trenta donne del quartiere Affori di Milano, quasi tutte casalinghe, rivendicarono il diritto di poter anche loro accedere ai corsi di formazione per la licenza media delle “150 ore”, grande e faticosa conquista ottenuta dalla lotta operaia di quegli anni.

Erano mogli, madri, quasi tutte arrivate dal Sud Italia, le immigrate di una volta. Il loro lavoro a tempo pieno per la famiglia era dato per scontato, e quando trovarono in via Gabbro uno spazio per riunirsi, studiare e raccontarsi scoprirono la forza del femminismo e non tornarono più indietro. Di quell’esperienza, raccontata anche dalla storica femminista Lea Melandri che a quei corsi insegnò, rimangono articoli, libri, una cooperativa e il documentario Scuola senza fine di Adriana Monti.

Un’eredità ancora preziosa e inesauribile, se dopo oltre 40 anni è stata fonte d’ispirazione per il progetto Radical Soundscape promosso dal centro di produzione artistica Mare Culturale Urbano: un laboratorio dedicato a 25 donne immigrate (questa volta dal Sud del mondo), sempre a Milano, ma nella difficile zona del “quadrilatero” di San Siro.

Venerdì 22 e sabato 23 settembre, davanti all’ex Omni in via Zamagna, a partire dalle 18.30 saranno presentati i risultati di questo percorso, che si è sviluppato in due attività principali.

La prima è stata la scrittura di un radiodramma a cura di Anna Raimondo, Turbo Radio Fiction, nato dalle riflessioni sugli ostacoli comuni a tutte le donne, soprattutto a quelle migranti, che in questa performance risolvono i problemi di alloggio, burocrazia e permessi di soggiorno grazie a incredibili superpoteri.

La seconda è stato un workshop di sartoria organizzato dal collettivo artistico di attivazione urbana Landscape Choreography: nel fine settimana della “fashion week” milanese, sarà presentata l’etichetta di moda nata da questa esperienza, Senza peli sulla lingua. Un’occasione per le donne coinvolte di esprimere sui capi d’abbigliamento le proprie esigenze e ribellioni, troppo spesso represse: “Comprati un paio di mani”, “Amare non è un lavoro”, “Ho altro da fare”, si legge, in arabo e in italiano, sulle magliette.

Migranti: un gruppo di donne in piedi di fronte a un murales e al centro un cartello con su scritto "Sartoria"
Migranti: alcune donne che hanno partecipato al laboratorio di sartoria

Il corso, infatti, è nato per insegnare alle partecipanti a creare nuove possibilità di reddito attraverso alcune tecniche per reinventarsi nel mondo del lavoro (serigrafia, stencil, ricamo), ma – proprio come le “150 ore” di via Gabbro – è stato molto di più.

“Abbiamo voluto mettere in relazione il lavoro di cura, il lavoro e il non lavoro: da qui è partito un flusso di autocoscienza e da questa esperienza condivisa sono nate le frasi ironiche diventate le grafiche di questa collezione”, ci spiega Maddalena Fragnito di Landscape Choreography.

Proprio l’ironia – racconta Maddalena – è stata una chiave fondamentale di condivisione, che ha permesso a questo gruppo di donne di sentirsi per qualche ora leggere, libere dalla dura realtà del “quadrilatero”, una periferia sorta durante il fascismo e mai stata oggetto di riqualificazioni urbane, dove tante famiglie di immigrati vivono occupando case popolari abbandonate.

La mattina gli uomini spariscono nei campi o in fabbrica e la vera anima del quartiere sono le loro mogli, che hanno molti figli ma nessuna rete familiare e fanno fatica a trovare lavoro, spesso a causa del razzismo. Tra la ricerca di un impiego e i bambini durante il giorno e il compito di occuparsi dei mariti la sera, le donne del “quadrilatero” non hanno molto tempo per dedicarsi a se stesse.

Migranti: donne islamiche al lavoro su degli stencil intorno a un tavolo
Migranti coinvolte nel laboratorio di sartoria

Per Niroshini, Hutpala, Howaida, Nadia, Noura e le altre 20 donne coinvolte, Radical Soundscape è una “stanza tutta per sé”, dove scoprirsi, ritrovarsi, intessere relazioni e per una volta sentirsi individue e non persone in difficoltà che hanno bisogno di essere aiutate. “Le protagoniste di questo progetto – sottolinea Maddalena – sono state loro: non c’era assistenzialismo, non c’era un noi e un voi, ma una dimensione di scambio orizzontale”.

Da queste connessioni nasce una riflessione che allarga lo sguardo verso tutta la comunità, partendo dal “lavoro di cura come spazio dove ripensare la produzione e la riproduzione sociale“, tema al centro del dibattito che aprirà la due giorni di incontri venerdì 22 settembre e a cui parteciperà anche Lea Melandri, testimone della esperienza femminista delle “150 ore”.

Perché il lavoro di cura che grava da sempre sulle spalle delle donne, come ci spiega Maddalena, è un sapere che parte dall’idea di prendersi cura del prossimo e “può essere la base per costruire un nuovo modello di comunità, alternativo a quello razzista, classista e individualista in cui viviamo oggi”.

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