Hate words: il bullismo non è solo un problema da adolescenti

Bullismo

Da poco ho letto un articolo sul fenomeno delle “hate words” (parole d’odio) e mi ha colpito come un pugno in faccia: ho finalmente dato un nome semplice ed esaustivo a un fenomeno che cresce a dismisura e che mi preoccupa parecchio, quello della violenza verbale.

Non credo affatto di esagerare quando affermo che le “hate words” abbiano uno spazio sempre maggiore nella nostra vita.

Cosa sono? Nel suo articolo Tullio del Mauro cita la seguente definizione:

Gli hate words, come implica l’aggettivo stesso, sono termini odiosi che provocano dolore perché sono dispregiativi per natura. Sono le parole peggiori che si possano usare, soprattutto se si appartiene a un gruppo che esercita il potere su un altro perché costituisce una minoranza o perché ha alle spalle una lunga storia di discriminazione (gli eterosessuali lo esercitano sugli omosessuali, i bianchi sulle minoranze razziali, gli uomini sulle donne, i cristiani sui fedeli di altre religioni, le persone cosiddette normali sulle persone con disabilità, e così via). Esempi: frocio, negro, puttana, vacca, troia, zoccola, giudeo, ritardato.

Ogni singolo giorno assisto a vere e proprie emorragie di parole che pare abbiano l’unico scopo di ferire, deridere, colpire, coltivare l’odio. Spesso vengono travestite da scherno o da battuta e vengono ben mimetizzate con una presunta ironia o addirittura con la libertà di critica.

Faccio un esempio? Qualche settimana fa all’interno di un reality televisivo un termine omofobo è stata usato con goliardia tra le risate. Dopo le polemiche, il responsabile si è scusato dicendo che non intendeva offendere ma era soltanto un momento di leggerezza in compagnia.

Dimostrazione che quello che spesso viene sottovalutato è l’impatto delle parole: non sono vuoti a perdere, ma vengono recepite, interpretate, interiorizzate.

Io da psicologa che lavora con le parole voglio proprio soffermarmi su questo tipo di fenomeno da cui le “hate words” traggono tutta la loro forza: il bullismo. Puntando un riflettore in particolare sul mondo degli adulti.

Il bullismo, termine ormai nazionalpopolare, non ha una definizione univoca, e non riguarda soltanto il mondo adolescenziale.

Semplificando possiamo definirlo come una forma di comportamento sociale vessatorio, che viene perpetrato nel corso del tempo contro bersagli che possono apparire deboli, fuori dallo standard imperante o semplicemente che appaiono incapaci di difendersi. Il fenomeno pare non conoscere nessun confine e non commette particolari sconti.

In questo preciso momento storico il capro espiatorio per eccellenza viene fornito dai social, come se il mezzo fosse dotato di vita propria e non fosse invece espressione diretta di persone che scrivono e condividono parole, video e immagini dietro a delle tastiere.

La rete, anche grazie alla possibilità di mimetizzarsi nel branco, è diventata la piazza che più fomenta questo fenomeno. Sono sempre più frequenti i casi che solleticano la curiosità, poi il linciaggio e infine l’indignazione popolare.

Fateci caso, provate a leggere qualche conversazione a caso su qualsiasi argomento: chiunque pensa di avere una soluzione, chiunque sente di avere qualcosa da dire. Non importante se sarà pertinente, se ferirà o lacererà qualcuno o qualcuna.

Il bullismo miete vittime ogni giorno: crea insicurezza, destabilizza emotivamente, mina l’autostima, favorisce l’insorgenza di stati d’ansia e depressivi.

Mentre sento un grande affannarsi per come affrontare il bullismo in età scolastica (importantissimo ci mancherebbe, anzi direi fondamentale), tutto questo interesse in età adulta è come se scemasse.

Forse perché, semplicisticamente, pensiamo che l’adulto sia già “arrivato”, abbia una personalità ben definita, sia concreto ed emotivamente realizzato.

La realtà ci consegna invece scenari desolanti: adulti persi dietro un’infinità di nevrosi, sempre troppo di fretta, irrisolti, ancora emotivamente fragili o sessualmente immaturi. Spiazzati per l’assoluta inadeguatezza con cui ci si trova ad affrontare la vita.

I “grandi”, a differenza dei piccoli, hanno la possibilità di scegliere. Non demandiamo la possibilità di continuare a crescere e a formarci.

Ad esempio attraverso le tante associazioni sul territorio che organizzano laboratori e attività che mettono al centro le risorse del gruppo e del fare rete. Occasioni importanti di crescita umana e personale.

Sì, sarò forse una terribile illusa ma sono convinta che sia ancora tutto possibile ed una maggiore consapevolezza emotiva possa davvero diventare una ricchezza da cui attingere.

Si tratta di aver voglia di fare la differenza, di sottrarsi al branco, di smetterla di nascondersi dietro il proprio dito addossando la colpa a innumerevoli cause esterne, per riuscire finalmente a mettersi in discussione, scegliendo di cambiare per rendere il mondo un posto migliore, non aspettando che siano “gli altri” a crearlo, ma mettendoci in prima linea.

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