Cultura dello stupro: cosa ha da imparare l’Italia

End Rape Culture
Immagine da The Church of Hot Coffee

Nel mondo anglosassone quando si parla di violenza contro le donne si usa frequentemente il termine “rape culture“, che significa cultura dello stupro. E’ un concetto importante e fondamentale per affrontare seriamente il problema, eppure in Italia non si sente spesso.

Per capire quanto invece ce ne sarebbe bisogno, basta dare un’occhiata ad alcuni recentissimi fatti di cronaca e a come ne hanno parlato i giornali.

Caso 1: stupro di branco? Sei promiscua, te la sei cercata

In questi ultimi giorni è stata molto discussa una sentenza della Corte d’Appello di Firenze che ha assolto sei ragazzi accusati in primo grado di stupro di gruppo giustificando la vicenda come “un momento di debolezza della ragazza”.

Il suo comportamento – si legge nelle motivazioni – ha fatto “supporre che, se anche non sobria” lei fosse comunque “presente a se stessa”. I giudici – che hanno definito la vicenda “incresciosa” ma “penalmente non censurabile” – hanno scritto che la presunta vittima è “un soggetto fragile, ma al tempo stesso creativo, disinibito, in grado di gestire la propria (bi)sessualità, di avere rapporti fisici occasionali di cui nel contempo non era convinta”.

In poche parole: se l’è cercata (anche se la sua versione dei fatti è molto diversa).

Niente di nuovo per le cronache giudiziarie, ma colpevolizzare chi denuncia e trovare giustificazioni alla violenza è cultura dello stupro.

Caso 2: il tuo collega ti ha violentato? Fatti tuoi

Dopo che abbiamo pubblicato la notizia sulla nostra pagina Facebook un lettore ci ha segnalato un altro episodio altrettanto significativo:  il primario di Cardiologia di un ospedale di Sassari è stato reintegrato con la stessa funzione dopo una condanna per violenza sessuale nei confronti di una collega, grazie a un provvedimento del giudice del lavoro.

E la vittima della violenza che se lo ritroverà davanti nei corridoi? Fatti suoi.

Anche in questo caso, niente di nuovo. Sono innumerevoli le donne costrette a convivere sul posto di lavoro con colleghi che le hanno molestate e abusate. Quel che è certo è che anteporre le esigenze del violentatore a quelle della persona violentata è cultura dello stupro.

Caso 3: ti stuprano su un treno vuoto? Potevi stare più attenta

Come se non bastasse, un’amica mi segnala il putiferio scoppiato nella pagina Facebook di Repubblica Firenze per una notizia di una ragazza violentata su un treno a Livorno. I lettori hanno fatto notare l’assurdità di una frase presente nell’articolo, poi – per fortuna – rimossa: “Unica leggerezza della ragazza, essersi seduta in uno scompartimento vuoto”.

trenoOK

Della serie: ok, se ti hanno violentato non è colpa tua, però sei stata un po’ ingenua.

Perché, ovviamente, se fosse stata una ragazza sveglia avrebbe avuto l’angoscia di poter essere stuprata da un momento all’altro dovunque andasse e si sarebbe comportata di conseguenza: come una preda costantemente in pericolo.

Ancora una volta niente di nuovo. Sappiamo bene che è così che molti ci vorrebbero: sempre impaurite. Ma pensare che sia la donna a doversi preoccupare di non essere violentata, invece che intervenire perché le violenze non si verifichino, è cultura dello stupro.

Poi arriva Obama…

Dopo tanto sconforto, una buona notizia: il presidente degli Stati Uniti si è espresso pubblicamente sul caso Bill Cosby, il famosissimo attore comico dei Robinson, che ha ammesso di essere uno stupratore seriale (noi ne abbiamo parlato qui).

“Fare sesso senza consenso è stupro. E penso che questo paese, e ogni paese civilizzato – ha dichiarato Barack Obama -, non dovrebbe avere alcuna tolleranza per lo stupro”.

Questo non significa che, in quanto a stupri, negli Stati Uniti siano messi meglio che in Italia. Ma che il presidente di una nazione, peraltro così influente, dica a chiare lettere che gli stupri non possono essere tollerati ha una valenza incredibilmente significativa.

Trasmette con forza l’idea che non esistono giustificazioni che tengano. Non ci sono “ma”, non ci sono “però”: se non c’è esplicito consenso si tratta di violenza. E la violenza non si può accettare, in nessun caso.

Combattere la cultura dello stupro significa fare in modo che questo concetto diventi un comandamento. Soprattutto per le istituzioni, spesso le prime in Italia a dare il colpo di grazia alle vittime che chiedono giustizia e rispetto dopo aver vissuto il dramma di una violenza sessuale.

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