Coming Out, sfatiamo cinque miti sulla scelta di “uscire allo scoperto”

Coming outL’11 ottobre si celebra a livello internazionale il Coming Out Day, una data importante per la comunità lgbti. Di cosa si tratta?

Il termine coming out è la versione abbreviata dell’espressione inglese “coming out of the closet”, ovvero “uscire dall’armadio” e si riferisce alle persone lgbti che dichiarano apertamente la propria identità.

Si tratta di una questione spinosa, per vari motivi: il rischio di rifiuto e discriminazione è spesso elevato, specialmente in ambiti familiari o lavorativi. Essendo un evento così simbolico, è circondato da numerosi miti e incomprensioni.

Ne presentiamo cinque tra i più comuni.

 

1) “Viene fatto solo da persone gay”

No, non solo le persone gay fanno coming out: qualunque persona non sia eterosessuale e cisgender può farlo. Si può fare coming out come bisessuali, lesbiche, asessuali, demisessuali, transgender, genderqueer e via dicendo.

Per certe persone, come quelle di genere non binario, fare coming out significa anche dover spiegare (e, tristemente, giustificare) la propria identità.

 

2) “È un ‘dovere morale’ nei confronti delle altre persone”

L’orientamento sessuale e l’identità di genere sono intimi e personali.

La cultura eteronormativa permette di etichettare tutti/e come etero e cisgender “fino a prova contraria”, ma questo non significa che le persone non conformi siano tenute a discutere della propria identità con chiunque.

Esporsi deve essere sempre una scelta e non si può forzare la mano di una persona che non vuole farlo, anche se si tratta di un’amica o un amico.

 

3) “Coming out e outing sono la stessa cosa”

No! Mentre il coming out è la scelta personale di dichiarare il proprio orientamento sessuale e/o la propria identità di genere, con “outing” si intende la pratica di rivelare a terzi l’identità di una persona senza il suo esplicito consenso.

L’outing è un gesto scorretto e pericoloso, con cui si ignora il rischio della discriminazione che ne può derivare e il diritto della persona di scegliere se volersi esporre (vedi punto sopra).

Non importa quanto una persona sia “dichiarata” in altri ambiti della sua vita o quanto sia “facilmente intuibile” che appartenga alla comunità lgbti, si tratta comunque di un’informazione personale che non va diffusa senza permesso, specialmente in ambienti che potrebbero essere ostili.

 

4) “Si fa una volta sola”

Sarebbe bello potersi liberare della conversazione una volta per tutte, ma le probabilità di fare coming out solo una volta nella vita sono piuttosto basse.

Primo, perché di solito ci sono varie persone a cui si decide di dichiararsi, che non saranno tutte comodamente riunite lo stesso giorno e nello stesso luogo. Secondo, si può fare coming out per identità diverse: ad esempio, una persona asessuale e biromantica può dichiarare le due cose separatamente.

Infine, non sempre ci si identifica allo stesso modo per tutta la vita: ci si può scoprire bisessuali dopo anni in cui essere omosessuali funzionava più che bene, oppure rendersi conto di essere una donna transgender etero invece che un uomo cisgender gay come si pensava in passato, e così via.

 

5) “È sempre esplicito”

Il coming out viene immaginato spesso come un momento grave, in cui si fanno sedere amici e familiari ad un tavolo e si annuncia la propria identità con un grande discorso.

Nella realtà, a volte si preferisce essere meno formali: c’è chi presenta la fidanzata o il fidanzato, chi indossa magliette con la bandiera arcobaleno, chi lascia vedere le cicatrici del riassegnamento chirurgico del sesso.

In molti casi, i nostri cari ci conoscono meglio di quanto crediamo e non sarà necessario utilizzare molte parole.

 

Voi approfitterete di questa data per fare coming out? Raccontateci le vostre esperienze!

Phi

Poco più che ventenne, appassionata di scienza, questioni di genere e sessualità. Crede nelle conversazioni costruttive e nel non prendersi troppo sul serio.

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