Chimamanda Adichie: “Ragazze, non zittite la vostra voce. Osate prendere”

Lo scorso maggio la scrittrice femminista nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie è stata invitata a parlare alla cerimonia di laurea del Wellesley College, cioè quella che viene considerata la migliore università femminile degli Stati Uniti, frequentata da donne del calibro di Hllary Clinton, Madeleine Albright, Nora Ephron e Diane Sawyer.

Chimamanda – autrice di “Ibisco viola” (con cui ha vinto il Commonwealth Writer’s Prize per l’opera prima), “Meta di un sole giallo”e “Americanah” – è diventata famosa negli Usa dopo una conferenza Ted nel 2012, in cui ha parlato della sua esperienza di femminista africana, intitolato “We should all be feminist” (Dovremmo essere tutti femministi), intervento da cui è stato tratto anche un libro.

Alle giovani laureate del Wellesley College Chimamanda Adichie ha spiegato cosa significa davvero per lei “indossare questa etichetta femminista in maniera così pubblica”, nonostante venga spesso vista come qualcosa di sbagliato e di minaccioso. Le ha spronate a fare uso del loro privilegio sociale per osare, alzare la propria voce e rendere questo mondo più femminista, “una festa aperta a tutte e tutti”.

Ecco la traduzione integrale del suo toccante intervento: è lungo ma vale davvero la pena leggerlo fino in fondo!

Chimamanda Adichie
Foto di Chris Boland (chrisboland.com)

Ciao classe del 2015.

Grazie per il vostro caloroso benvenuto. E grazie anche a voi, Rettore Bottomly, per la meravigliosa presentazione. Ho ammirato Wellesley, i suoi intenti, la sua storia, i suoi successi, per molto tempo e vi ringrazio davvero molto per avermi invitata.

Siete fortunatissime a esservi laureate in questa scuola d’eccellenza e su questi bellissimi prati. E se le dee e gli dei dell’universo faranno la cosa giusta presto sarete anche le orgogliose ex allieve dell’università che ha prodotto la prima presidente donna d’America. Forza Hillary!

Sono davvero, davvero felice di essere qui oggi, così felice che quando ho scoperto che il colore della vostra classe è il giallo, ho deciso che avrei messo un ombretto giallo. Poi ripensandoci mi sono resa conto che per quanto ammiri Wellesley, un ombretto giallo sarebbe stato un po’ troppo. Quindi ho tirato fuori questo foulard, giallo, o meglio giallastro, al posto dell’ombretto.

Parlando di ombretto, non mi sono mai interessata troppo ai trucchi fino a che non ho avuto vent’anni. E’ stato allora che ho cominciato a truccarmi. Per colpa di un uomo. Un uomo che parlava a voce alta, spiacevole. Era uno degli ospiti a una cena a casa di amici. Anche io ero ospite. Avevo circa 23 anni ma la gente mi diceva che ne dimostravo 12. A cena si parlava della cultura Igbo, si parlava della tradizione che prevede che siano solo gli uomini a rompere la noce di cola, una parte profondamente simbolica della cosmologia Igbo.

Io dissi che sarebbe stato meglio conferire quell’onore in base al merito, piuttosto che al genere. L’uomo mi guardò e disse con sufficienza – Non sai di cosa stai parlando, sei una ragazzina.

Volevo che non fosse d’accordo sul merito della mia osservazione piuttosto che perché in me vedeva una ragazzina e quindi era facile non prendermi sul serio. Così decisi di sembrare più vecchia. Pensai che del rossetto mi sarebbe stato utile. E anche un po’ di eyeliner. Sono grata a quell’uomo perché da allora mi sono innamorata del trucco e della meravigliosa possibilità di temporanea trasformazione che offre.

Non vi ho raccontato questa storia per illustrarvi come ho scoperto le diseguaglianze di genere, ma davvero solo per tessere le lodi del trucco. Solo per dire che la laurea è un buon momento per comprarsi un rossetto, se vi piace truccarvi, perché un rossetto del colore giusto ti mette sempre di buonumore nelle giornate storte.

La storia non era a proposito del mio accorgermi delle diseguaglianze di genere, perché le avevo scoperte anni prima. Durante la mia infanzia. Guardando come andava il mondo.

Già sapevo che il mondo non estende alle donne le molte piccole cortesie di cui godono gli uomini. Sapevo anche che il vittimismo non è una virtù. Che essere discriminati non ti fa necessariamente acquisire superiorità morale. E sapevo che gli uomini non erano cattivi per natura. Erano solamente privilegiati. E sapevo che per sua natura, il privilegio rende ciechi.

Sapevo queste cose per esperienza personale, per via del privilegio di classe acquisito crescendo in una famiglia istruita. Un privilegio che ogni tanto mi rendeva cieca, facendo in modo che non mi rendessi conto delle sfumature delle persone diverse da me.

E voi, con la vostra stupenda laurea presa a Wellesley, avete acquisito un privilegio, indipendentemente dalle vostre origini. Questa laurea e le esperienze che avete fatto qui sono un privilegio. Fate in modo che non vi renda cieche troppo spesso. Ogni tanto dovrete liberarvene per vedere le cose con chiarezza.

Vi porto i saluti di mia madre. E’ una grande ammiratrice di Wellesley e vorrebbe essere qui oggi. Mi ha chiamato ieri per sapere come stava andando la scrittura del mio discorso e per ricordarmi di mettermi tanta crema idratante sulle gambe che altrimenti sembrano cosparse di cenere.

Mia madre ha 73 anni ed è andata in pensione come primo capo dell’amministrazione donna dell’Università della Nigeria. Una cosa davvero grossa a suo tempo.

A mia madre piace sempre raccontare la storia della prima riunione che ha presieduto all’università. Era in un grande sala conferenze e a capotavola c’era un segnaposto che diceva – presidente. Mia madre stava per sedersi quando un impiegato si avvicinò per cambiare il segnaposto. Ovviamente prima di allora tutte le riunioni erano state presiedute da uomini e qualcuno si era dimenticato di mettere un segnaposto nuovo con una dicitura neutra. L’impiegato si scusò e disse che avrebbe cambiato la dicitura, visto che mia madre non era un presidente.

Mia madre disse no. Disse che a dire la verità, lei era un presidente. Volle lasciare il segnaposto esattamente com’era. Non voleva che nessuno pensasse che avrebbe presieduto la riunione diversamente da un presidente.

Mi è sempre piaciuta questa storia. Ho sempre ammirato quella che pensavo fosse la scelta intensamente femminista di mia madre. Una volta ho raccontato questa storia a una mia amica, una femminista dalla testa ai piedi, aspettandomi che si congratulasse per quello che aveva fatto mia madre. Invece restò interdetta.

“Perché tua mamma ha voluto farsi chiamare presidente, come se avesse bisogno del titolo al maschile per sentirsi al posto giusto?”

In un certo senso capivo il punto di vista della mia amica.

Perché se ci fosse un manuale pubblicato ogni anno dalla Società Segreta delle Femministe Certificate sicuramente direbbe che una donna non dovrebbe essere chiamata, né dovrebbe volere farsi chiamare, presidente.

Ma le questioni di genere sono sempre calate in un contesto e in delle circostanze.

Se c’è qualcosa da imparare in questa storia, a parte il fatto che vi ho parlato di mia madre così sarà contenta che ho parlato di lei a Wellesley, allora è questa: le vostre ideologie prefabbricate non sempre vi aiuteranno nella vita. Perché la vita è incasinata.

*

Sono cresciuta in Nigeria e come tutti gli studenti che vanno bene a scuola, tutti si aspettavano che diventassi medico. Dentro di me sapevo che quello che volevo fare davvero era scrivere storie. Ma ho fatto quel che dovevo e mi sono iscritta a medicina.

Mi sono detta che avrei fatto la psichiatra così avrei potuto usare le storie dei miei pazienti nei miei libri.

Ma dopo un anno di medicina me ne sono andata. Avevo capito che sarei stata un medico molto infelice e non volevo proprio essere responsabile per la morte accidentale dei miei pazienti. Lasciare medicina era una decisione davvero strana, specialmente in Nigeria, dove è molto difficile essere ammessi.

Tempo dopo, alcune persone mi dissero che ero stata coraggiosa, ma allora non mi ero sentita coraggiosa per niente.

Quel che avevo sentito non era coraggio ma il desiderio di provare a fare qualcosa. Provare. Avrei potuto rimanere a studiare qualcosa che non faceva per me. O avrei potuto provare a fare qualcosa di diverso. Decisi di provare. Feci gli esami per andare a studiare in America e vinsi una borsa di studio per studiare qualcosa che non fosse medicina. Certamente avrebbe potuto non funzionare. Avrei potuto non vincere la borsa di studio.

Avrei potuto non avere successo come scrittrice. Ma il punto è che ci ho provato.

Non possiamo sempre piegare il mondo ai nostri desideri ma ci possiamo provare, possiamo fare uno sforzo vero e intenzionale. Voi siete privilegiate perché, grazie a quello che avete imparato qui, vi sono già stati dati molti dei mezzi che servono per provare. Provateci sempre, perché non si sa mai cosa può succedere.

Ora che vi laureate, prese dalla gioia e dai dubbi di oggi, vi esorto a provare a creare il mondo in cui volete vivere.

Contribuite al mondo in un modo che possa trasformarlo. Contribuite in maniera reale, attiva, pratica, sporcandovi le mani.

Wellesley vi aprirà molte porte. Attraversatele con passi lunghi, fermi e decisi.

Scrivete dei programmi televisivi in cui la forza femminile non è ritratta come un’eccezione ma come norma.

Insegnate ai vostri studenti che la vulnerabilità è un tratto UMANO, non FEMMINILE.

Commissionate articoli per riviste che spieghino agli uomini COME RENDERE FELICI LE DONNE. Perché ci sono già troppi articoli che spiegano alle donne come rendere felice un uomo. E nelle interviste fate in modo di chiedere ai padri come gestiscono il lavoro e la casa. In questi tempi in cui essere genitori è una colpa, per favore distribuite quella colpa equamente. Fate sentire male i padri tanto quanto le madri. Fate in modo che i padri condividano la gloria della colpa.

Manifestate per avere il congedo di paternità retribuito in America. [Gli Usa sono l’unico stato al mondo, insieme a Papua Nuova Guinea, senza nemmeno una settimana di maternità retribuita, ndr].

Assumete donne dove ce ne sono poche. Ma ricordatevi che la donna che assumerete non dovrà essere eccezionale. Come la maggioranza degli uomini che vengono assunti, dovrà solamente essere brava abbastanza.

*

Recentemente un’organizzazione femminista mi ha gentilmente nominata per un importante premio in un paese di cui non dirò il nome. Ero davvero contenta. Sono stata fortunata ad avere ricevuto vari premi ed è una cosa che mi piace molto, specialmente quando insieme ai premi ricevo dei regali luccicanti.

Per ricevere questo premio avrei dovuto parlare di quanto una certa scrittrice femminista europea fosse stata importante per me. Se devo dire la verità, non sono mai riuscita a finire il libro di questa scrittrice femminista. Non ci trovavo nulla di interessante per me. Sarebbe stata una bugia dire che avesse avuto una grande influenza sul mio pensiero.

La verità è che quel che ho imparato sul femminismo l’ho appreso guardando le donne che facevano affari nel mercato di Nsukka, dove sono cresciuta, piuttosto che dalle opere femministe considerate fondamentali. Avrei potuto dire che questa donna era stata importante per me, avrei potuto seguire il copione, e avrei potuto farmi dare il premio e i regali.

Ma non l’ho fatto.

Non l’ho fatto perché ho cominciato a chiedermi cosa davvero vuol dire indossare questa etichetta FEMMINISTA in maniera così pubblica.

Proprio mentre me lo chiedevo alcuni estratti del mio discorso sul femminismo vennero usati da una musicista di talento per una sua canzone, che penso alcuni di vi conoscano. Pensavo che fosse una cosa davvero buona che la parola ‘femminista’ raggiungesse una nuova generazione. [La canzone è Flawless, di Beyoncé, ndr].

Ma rimasi stupita da quante persone, molte delle quali accademici, ci videro qualcosa di sbagliato, addirittura di minaccioso.

Era come se il femminismo dovesse essere un piccolo culto elitario, con dei riti di ammissione esoterici.

Ma non dovrebbe essere così. Il femminismo dovrebbe essere una festa aperta a tutti e tutte. Il femminismo dovrebbe essere una festa piena di femminismi diversi.

Quindi, classe del 2015, perf avore quando uscite di qui fate del Femminismo una grande e rumorosa festa aperta a tutte e tutti.

*

Le ultime tre settimane sono state le più difficili della mia vita. Mio padre ha 83 anni, è un professore di statistica in pensione, un uomo dolce e gentile. Sono proprio una cocca di papà. Tre settimane fa è stato rapito vicino a casa sua in Nigeria. In quei giorni io e la mia famiglia abbiamo provato un dolore che non ho mai provato prima in vita mia. Abbiamo parlato con sconosciuti al telefono, implorando e negoziando per il rilascio di mio padre senza essere sempre sicuri che fosse vivo. E’ stato rilasciato dopo che abbiamo pagato un riscatto. Sta bene, è abbastanza in buona salute e, con i sui modi gentile, si dà molto da fare per assicurarci che sta bene.

Ancora non dormo bene la notte, mi sveglio continuamente, nel panico, preoccupata che sia successo qualcos’altro di brutto. Ancora non riesco a guardare mio padre senza dover ricacciare indietro le lacrime, senza sentire un senso profondo di sollievo e gratitudine per il fatto che sta bene, ma anche rabbia al pensiero che abbia subito una tale violazione nel corpo e nello spirito.

Quest’esperienza mi ha fatto ripensare molte cose: cosa importa davvero, e cosa no. Le cose a cui tengo, e le cose che non mi interessano.

Oggi che vi laureate esorto anche voi a pensarci. Pensate a cos’è che vi importa davvero. Pensate a cosa VOLETE che vi importi davvero.

Ho letto della vostra bellissima tradizione di chiamare le studentesse più anziane ‘sorelle maggiori’ e le più giovani ‘sorelle minori’. Ho letto anche di una cosa strana che fate dove qualcuno viene buttato in uno stagno, quella non l’ho proprio capita, ma mi piacerebbe moltissimo essere la vostra sorella maggiore ad honorem per oggi.

Il che significa che vorrei darvi dei consigli da sorella maggiore.

In tutto il mondo le ragazze vengono cresciute per farsi piacere, per contorcersi in delle forme che vadano bene agli altri.

Per favore, non contorcetevi per farvi piacere agli altri. Non fatelo. Se a qualcuno piace quella versione di voi, quella versione di voi che è falsa e che si tira indietro, allora vuol dire che gli piace quella forma contorta e non voi. Il mondo è un posto talmente vario e sfaccettato che ci sono persone a cui piacerete per quello che siete, come siete.

Sono fortunata perché attraverso la scrittura ho trovato il modo di parlare delle cose a cui tengo e ho detto delle cose che ad alcuni non sono andate a genio. Mi è stato detto di tapparmi la bocca e non parlare di certi argomenti, come per esempio quello che penso sull’uguaglianza di diritti per le persone gay nel continente africano. Come per esempio la mia profonda convinzione che uomini e donne siano completamente uguali. Non parlo per provocare. Parlo perché il tempo che abbiamo su questa terra è corto e in ogni momento in cui non siamo fedeli a noi stessi, in ogni momento in cui facciamo finta di essere qualcosa che non siamo, in ogni momento in cui diciamo qualcosa che non pensiamo perché crediamo che sia quello che qualcuno vuole sentirci dire, in tutti quei momenti stiamo sprecando il nostro tempo sulla terra.

Non voglio sembrare leziosa ma per favore non sprecate il vostro tempo sulla terra, con un’eccezione. L’unico modo accettabile di sprecare il tempo sulla terra è fare shopping online.

Va bene, ora un’ultima cosa su mia madre. Mia madre e io non siamo d’accordo su molte cose riguardo all’uguaglianza di genere. Ci sono alcune che cose che mia madre pensa una persona debba fare, per l’unico motivo che quella persona è una donna. Come per esempio annuire o sorridere di tanto in tanto anche se è l’ultima cosa che vuoi fare. O rinunciare appositamente a discutere di certe cose con qualcuno che non è una donna. Sposarsi e avere figli. Mi vengono in mente molte buone ragioni per fare qualsiasi di queste cose. Ma ‘perché sei una donna’ non è tra queste. Quindi, classe del 2015, non accettate mai ‘perché sei una donna’ come ragione per fare o non fare qualcosa.

Infine, voglio concludere dicendo qualcosa su una delle cose più importanti del mondo: l’amore.

Le ragazze sono spesso educate a vedere l’amore solamente come qualcosa da dare. Le donne sono lodate per il loro amore quando quell’amore è un atto di donazione. Ma l’amore è dare E prendere.

Per favore, amate dando e prendendo. Date e fatevi dare. Vi accorgerete se state solo dando e non prendendo. Lo saprete da quella vocina della verità dentro di voi che noi donne siamo così spesso educate a zittire.

Non zittite quella voce. Osate prendere.

Congratulazioni.

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