Camera single: quando le lesbiche ci ridono su

Chiara Sfregola con il suo primo libro "Camera single"
Chiara Sfregola con il suo primo libro “Camera single”

Un gruppo di amiche, tutte diverse, alle prese con amori, sesso e serate alcoliche tra terrazzi e locali di una metropoli. Sex and the city? E no.

Perché qua non siamo a New York ma a Roma. Non siamo tra i grattacieli sfavillanti di Manhattan ma tra i monolocali mansardati del Pigneto. E soprattutto non c’è Mister Big. Perché a Linda, Moira, Eva e le altre, gli uomini interessano ben poco: sono tutte lesbiche.

Chiara Sfregola, 28enne di Barletta che si definisce “lesbica col rossetto, femminista col push-up”, le racconta nel suo primo romanzo Camera single (Leggere Editore), che è anche il primo romanzo chick lit italiano in chiave lesbica: finalmente leggendo si ride (di gusto) delle disavventure amorose di un gruppo di donne omosessuali.

Protagoniste che molte avevano già imparato a conoscere sul blog che Chiara ha tenuto dal 2013 per quasi tre anni sul più famoso sito lesbico italiano, LezPop, in cui narrava le mirabolanti avventura di una giovane donna rimasta improvvisamente single alla soglia dei 30 anni.

Poco importa se lesbica o no, dico io da eterosessuale incallita. Perché la storia di Linda è quella di qualsiasi sua coetanea che si ritrova a dover superare la fine di una storia d’amore, mentre cerca di portare avanti una carriera e capire cosa vuole dalla vita. Con le amiche che criticano i suoi o le sue ex, i parenti che cercano di sistemarla, un capo che la fa impazzire e, soprattutto, alla ricerca inquieta di una stanza tutta per sé.

Un romanzo che prima di tutto diverte, ma fa anche pensare, perché Chiara, tra una battuta e l’altra, insinua con leggerezza riflessioni sul femminismo, sulla transessualità, su stereotipi e tabù.

Chiara, come è nato Camera single?

Da una crisi. Avevo sempre scritto ma non avevo mai pubblicato nulla, mi vergognavo. Poi ho vinto un concorso per la scrittura del soggetto di un film e questo mi ha dato fiducia in me stessa per rispondere a un annuncio di LezPop, che cercava collaboratrici. Così è nata una rubrica su una convivenza in stile Casa Vianello in versione lesbica: si chiamava “Due camere e cucina”. Poi la mia relazione, a cui si ispirava il blog, è finita e ho vissuto un periodo molto difficile. Dopo sei mesi ho deciso di ricominciare a scrivere: dovevo riderci su. Così ho ideato “Camera single” e ci ho messo dentro tutto quello che mi era rimasto: le amiche, l’alcol e la scrittura.

Il tuo blog ha avuto molto successo, secondo te perché?

Puntava a soddisfare un bisogno: quello di avere storie che parlassero di amiche lesbiche in chiave leggera, di commedia. C’era stato L Word, che però era una serie tv drammatica. Non esisteva un Sex and the city in versione lesbica, tanto meno all’italiana.

Chiara indossa una maglietta con il logo di Prada, ma con su scritto "Pride"
Foto di Chiara Sfregola

Ti infastidisce l’idea che il tuo romanzo sia etichettato come “lesbico”?

Non è che una persona deve condividere l’orientamento sessuale dei protagonisti per godersi un film o un libro: noi omosessuali lo facciamo da sempre! Però è anche vero che questo è il primo chick lit che ha per protagoniste ragazze lesbiche, quindi alla fine non mi dispiace che venga riconosciuto che è stato scritto per loro.

Come è possibile che finora non ci fossero ancora commedie lesbiche?

I libri che finora hanno parlato del mondo lesbico, l’hanno fatto in due modi: o in chiave erotica o parlando delle difficoltà dell’essere una donna omosessuale. Forse le figlie dell’emancipazione lesbica e femminista, che vanno di pari passo, per lungo tempo hanno ritenuto la questione troppo seria e politica per parlarne con leggerezza. Se ci pensiamo, il primo film italiano che ha trattato l’essere lesbica in chiave di commedia, “Io e lei”, è molto recente.

Per l’omosessualità maschile il processo è stato più veloce.

Quante attrici e autrici hanno fatto coming out, soprattutto in Italia? Quasi nessuna. L’omosessualità femminile è molto più invisibile, così come tutta la sessualità femminile. Per secoli l’idea che una donna potesse darsi piacere senza un uomo non era accettata. Parlando più in generale: è relativamente da poco che le donne sono concepite come persone sessuate, che possono provare piacere e non solo darlo. Inoltre, per lungo tempo non sono esistiti luoghi di aggregazione per donne omosessuali, a differenza che per gli uomini. E la sessualità non può essere scissa dalla socialità: è stato difficile creare una norma sociale tra lesbiche, un immaginario, e quindi una comunità.

Nel tuo libro giochi moltissimo con gli stereotipi con cui spesso vengono categorizzate le persone omosessuali, come mai questa scelta?

Ho voluto fare una categorizzazione per dimostrare che “lesbica” non è una realtà monolitica: giocare con termini come butch e lipstick mi è servito per mostrare che anche noi siamo tutte diverse, esattamente come le altre donne. Gli essere umani hanno bisogno di categorie, ma accomunare le persone in base all’orientamento sessuale non è molto diverso dal farlo in base al colore dei capelli.

Nel libro parli di femminismo con estrema naturalezza, come qualcosa di presente nella vita di tutti i giorni. È così che lo vivi?

Il lesbismo non può prescindere dal femminismo: le prime comunità queer sono nate negli anni ’70, con il movimento femminista. Oggi come oggi credo che in tante, in Italia, siano femministe pur non rendendosene conto: ci sono persone più consapevoli perché hanno coscienza politica e sono militanti, ma altre sono femministe inconsapevoli. È importante far passare il concetto che se pensi che uomo e donna debbano avere uguali diritti, allora sei femminista.

Oggi come oggi quali sono per te le priorità della lotta femminista?

Per noi donne omosessuali sicuramente il matrimonio egualitario, il riconoscimento delle stepchild adoption e la possibilità di adottare, anche per le persone single. Poi credo sia importante contribuire a ricreare un immaginario, scardinare gli stereotipi che ci hanno ostacolato: quello delle “mezze femmine” o il fatto che si dica sempre che essere lesbiche “è una fase”. Più in generale penso che le ragazze debbano prendere coscienza di esserlo, di vivere e guardare il mondo da una prospettiva diversa: solo così ci si può rendere conto della reale condizione delle donne. Dobbiamo imparare a non sminuirci in quanto donne e riappropriarci di un senso di sorellanza. farne un punto di forza. È una battaglia culturale.

Io non sono un’attivista, ma ho trovato il mio modo di contribuire: ognuno e ognuna deve trovare il suo modo. Non abbassiamo la guardia.

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