Chi è Ana Mendieta?

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E’ questa la domanda che in molti si sono posti, ma a cui pochi hanno risposto. Tutti però hanno raccontato la sua morte. Certo, se abiti in un grattacelo a N.Y.C. può capitare di volare accidentalmente dalla finestra per atterrare 34 piani più sotto sul tetto di un Deli nel Greenwich Village.

In ogni caso la risposta alla domanda del titolo non la otterrete certo qui, fra queste parole. Non tanto per rispetto alla tradizione femminista, che si è sempre molto impegnata nell’indignarsi per il trattamento post-mortem riservato alla Mendieta, ma molto meno nel divulgare l’importanza della sua arte al di fuori rarefatto mondo della critica d’arte femminista.

Piuttosto perché la risposta è iscritta nelle opere stesse di Ana Mendieta, ed è sufficiente cercare il collegamento con la parte primordiale che abita in ognuno di noi per capire chi era e il significato del suo lavoro.

Ana Mendieta (1948-1985) nasce all’Havana. Nel 1961 viene fatta espatriare negli Sati Uniti insieme alla sorella per sfuggire al regime di Castro. Sradicata dalla sua terra di origine vive da esule nel Midwest americano. Qui all’Università dell’Iowa riceve la sua educazione artistica. Successivamente si trasferisce a New York (1978) dove entra in contatto con la comunità artistica locale.

Ha un diploma in pittura ma i mezzi espressivi che adotta sono la performance, la fotografia, la scultura, i video e quella che chiama “earth-body art”. I materiali (anche non convenzionali) con cui compone le sue opere sono sangue, terra, piume, fango, foglie, persino la povere da sparo.

Se nelle sue prime opere (Facial Hair Transplants, 1972; Rape Performance, 1973) le tematiche sono quelle gender degli stereotipi sull’immagine femminile o sulla sessualità, nelle opere successive (Blood and Feathers, 1974; Siluetas series 1973-80) il corpo si copre del paesaggio fino a scomparire assorbito dalla natura e l’unica cosa che rimane è un’impronta del suo passaggio.

Una ricerca potente e poetica, la sua, in cui forte è il richiamo alle pratiche rituali delle popolazioni primitive di ogni epoca, e il cui scopo è la fusione con la terra, con la natura e con l’energia cosmica che permea l’universo.

 

“My art is grounded in the belief of one universal energy which runs through everything: from insect to man, from man to spectre, from spectre to plant, from plant to galaxy. My works are the irrigation veins of this universal fluid. Through them ascend the ancestral sap, the original beliefs, the primordial accumulations, the unconscious thoughts that animate the world”

Ana Mendieta

[La mia arte è basata sulla fede in una energia universale che attraversa qualsiasi cosa: dall’insetto all’uomo, dall’uomo allo spettro, dallo spettro alla pianta, dalla pianta alla galassia. Le mie opere sono le vene con cui viene irrigato questo fluido universale. Attraverso di esse ascende la linfa ancestrale, le credenze autentiche, i raccolti primordiali, i pensieri inconsci che animano il mondo.]

 

Farida Saglia
Fotografa, studiosa d'arte, moda e vita. Non crede nelle definizioni ma nelle evoluzioni. Come Eugene Smith si domanda: "A cosa serve una grande profondità di campo se non c'è un'adeguata profondità di sentimento?"

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