Il caso Théo e lo stupro come strumento di potere

Parole chiave legate al concetto di intersezionalità
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Il “caso Théo” infiamma la Francia e dimostra che lo stupro, come gesto di violenza, esula dai rapporti individuali e assurge a strumento politico.

La storia è ormai nota: il 2 febbraio a Aulnay-sous-Bois, banlieu a nord di Parigi, durante un’operazione della polizia, un 22enne di colore è stato picchiato dalla polizia e stuprato con un manganello. La violenza degli agenti, testimoniata anche da riprese video, ha scatenato la reazione degli abitanti della periferia parigina, durata per diversi giorni, dove le proteste pacifiche sono state accompagnate anche da reazioni violente.

Nel fine settimana, nonostante l’appello del ragazzo a non scatenare una guerriglia urbana, gli scontri si sono riaccesi, perché l’inchiesta ha rilevato che lo stupro – che ha costretto il giovane a subire un’operazione con una prognosi di 60 giorni – è stato involontario.

Ora l’assurdità dell’affermazione (come si fa a violentare una persona senza accorgersene?) ricorda molto certe dichiarazioni su ben note e altrettanto scandalose vicende di casa nostra, sia per il caso Cucchi che per la morte di Aldovrandi.

Il caso Théo è molto simile a scenari che abbiamo imparato purtroppo a conoscere in altre parti del mondo, a cominciare dagli incidenti di Ferguson e da tutti quei casi di soprusi della polizia statunitense su persone appartenenti alla comunità nera, che hanno dato vita al movimento Black lives matter.

Il motivo dello scontro etnico e di classe è evidente (e di scontro di classe si può parlare anche per i casi in cui la nostra polizia ha massacrato persone indifese e ai margini della società): la violenza è perpetrata nei confronti di chi è meno privilegiato, di chi è isolato e debole.

In questo caso, però, c’è un elemento ancora più grave, che ricorda le torture inflitte da chi dovrebbe incarnare lo Stato a chi si trova nella custodia dello Stato (che siano insulti e minacce a sfondo sessuale durante la detenzione a Bolzaneto degli arrestati alla scuola Diaz durante il G8 del 2001 o gli stupri compiuti dai militari statunitensi ad Abu Ghraib), cioè l’utilizzo dello stupro.

Lo stupro è un’arma politica potentissima, che degrada la vittima, trattandola come una cosa e distruggendone l’integrità fisica e psichica. È il sistema del potere e del privilegio che si manifesta in uno dei modi più violenti possibili e mira a degradare e a costringere alla sottomissione chi si trovi in posizione di debolezza.

Non a caso è una delle manifestazioni della violenza contro le donne, usato da sempre come strumento di guerra.

Questa volontà di distruggere l’identità di ciò che è altro da sé è uno dei modi di agire dell’eteropatriarcato e proprio il fatto che, come in questo caso, lo stupro sia inflitto a un uomo mette in luce che non si tratta solo di una dinamica tra i due generi maggioritari, ma di una dinamica di potere che coinvolge diversi assi di privilegio e che per questo coinvolge tutte e tutti, indipendentemente dall’appartenenza a un genere specifico.

Proprio per questo è necessario che, in una prospettiva intersezionale, la lotta contro l’eteropatriarcato e la cultura dello stupro non debba coinvolgere solo le donne, ma ogni persona.

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