Burkini, shorts e Fertility Day: stessa battaglia sul corpo delle donne

Vignetta di Lasavaugejaune Traduzione italiana di ilcorsaro.info

Mentre leggo le notizie in questo scampolo d’estate, due sono quelle principali che, in chiave femminista, mi saltano all’occhio: la vicenda francese del burkini e quella tutta nostrana del FertilityDay.

 

Shorts e burkini

Pochi giorni fa è stata data notizia di una aggressione avvenuta a Tolone: secondo le prime ricostruzioni una banda di integralisti islamici avrebbe insultato alcune donne perché portavano gli shorts e quando i loro mariti e compagni avrebbero tentato di difenderle, sarebbero stati picchiati.

Un episodio che in Francia vede di nuovo le donne e il loro corpo al centro dello scontro, dopo che ad agosto nella Costa Azzurra alcuni Comuni avevano vietato alle donne di andare in spiaggia indossando il burkini.

A seguito del divieto si sono viste sulle spiagge scene da sospensione dello stato di diritto, con gli agenti di polizia che invitavano le donne in burkini a toglierlo di fronte a tutti o a lasciare le spiagge. Sono dovuti intervenire prima il Consiglio di Stato francese, poi l’Onu, rilevando che il divieto del burkini lede i diritti personali e il principio di uguaglianza, rivelandosi illegittimo e inammissibile.

La storia – diceva Marx nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte – si ripete, solo che da tragedia diventa farsa. Dal Grande Comitato che, durante la rivoluzione francese, lottava contro i nemici interni ed esterni della Francia nel periodo del Terrore, ai sindaci paladini del seno ignudo che nel 2016 lottano contro il terrorismo dicendo alle donne come vestirsi (e sì che anche la prima volta non è che sia finita tanto bene).

In Francia e in generale in Europa si sta assistendo a un tentativo di limitare la libertà delle donne, che è dovuto anche (ma non solo) all’integralismo islamico e che si collega a un fenomeno più generale di mancata compiutezza dei processi di integrazione. Perché è vero che il burkini può essere letto anche come un’imposizione maschile, ma in realtà risponde a un sistema ben più complesso, come testimoniano molte donne islamiche, le prime che dovrebbero essere ascoltate.

La presunta aggressione alle donne in shorts, dunque, non è altro che l’ennesimo episodio che dimostra quanto le tensioni e gli scontri all’interno della società francese ed europea abbiano come campo di battaglia più evidente proprio il corpo delle donne. E stanno assumendo modalità e toni sempre più violenti.

 

Il Fertility Day e la prole italica

Veniamo invece ai corsi e ricorsi storici di casa nostra. La scorsa settimana il Ministero della Salute svela la sua nuova campagna, il FertilityDay.

Ammetto che quando ho visto circolare le prime immagini ho pensato a qualche buontempone che volesse trollare la ministra Lorenzin. E invece, no, ci siamo resi conto che lo slogan “La Fertilità è un bene comune” era vero. Un capolavoro di campagna che è riuscita a offendere proprio tutti. Nel piano nazionale si leggono amenità inquietanti, dal “celebrare una nuova rivoluzione culturale” in favore dell’italica nuova prole, alla colpa data alle donne che, troppo istruite, mettono la carriera davanti ai figli.

Anche qui dalla tragedia, alla farsa: il Piano nazionale per la fertilità ai più scafati odora di Ventennio, in particolare di quel “discorso dell’ascensione” nel quale il Duce invitava le donne italiane a fare più figli. Aldilà di troppo facili paralleli (se ne sono accorti anche su Il Giornale!), è interessante notare i motivi storici che spinsero Mussolini a quella mossa: riavvicinarsi alla Chiesa e allo stesso tempo combattere il calo occupazionale, rimandando le donne, entrate nel mondo del lavoro con la Prima Guerra Mondiale, a casa.

È un’interessante suggestione pensare che le due condizioni potrebbero rivelarsi attuali anche adesso: il governo (anche se Renzi, a polverone alzato, giura di non averne saputo niente) che tenta di riavvicinarsi alla Chiesa e a una certa ala cattolica più ortodossa (soprattutto dopo la parziale fratture delle unioni civili) e un tasso di disoccupazione drammatico.

 

Sul corpo delle donne

Questi due fatti, apparentemente lontani, si basano sullo stesso presupposto. Quale? La pretesa di decidere cosa è giusto o no… sul corpo delle donne. E sulla possibilità di autodeterminarsi.

La dinamica alla base di entrambi i fatti di cronaca è sempre la stessa: le donne (ma anche gli uomini) non sono in grado di autodeterminarsi, di decidere autonomamente e responsabilmente delle loro vite, hanno bisogno di una guida, che disponga loro vestirsi o come e quando fare figli.

È una vecchia storia quella delle istituzioni (che siano laiche o religiose) che cercano di limitare, magari ammantando i propri provvedimenti o i propri precetti di paternalistica o maternalistica difesa, l’autonomia di un gruppo di persone (con buona pace di quelle femministe che hanno applaudito alle misure francesi). E di solito risulta più facile cominciare da quei gruppi che sono più oppressi.

Ma è anche un sintomo più generale di un sistema politico che va sempre più degradandosi e rischia di calpestare i propri principi (segnalo, tra i vari interventi, quello di Mauro Piras).

Una piena democrazia non dovrebbe immischiarsi delle vite private dei propri cittadini; quando tenta di regolarle nella loro intimità significa che quel sistema democratico sta cedendo a tentazioni autoritarie.

Si comincia col voler regolare la vita di un gruppo di persone, percepite socialmente come pericolose o come in pericolo, dunque bisognose di difesa (e nelle donne musulmane si riuniscono entrambe le condizioni), si erodono pian piano le libertà personali. Senza pensare a scenari degni di 1984, si va comunque verso un’erosione degli spazi individuali e della libera scelta.

Una democrazia può e deve far sì che alle cittadine e ai cittadini, a prescindere dalla classe, dalla religione, dall’etnia, siano garantiti non soltanto gli stessi diritti sulla carta, ma le stesse possibilità di fruire di questi diritti. E questo si può ottenere soltanto attraverso una capillare azione educativa (di educazione alla laicità ha parlato anche la femminista francese Caroline Fourest) che porti tutte e tutti a essere consapevoli dei propri diritti e doveri.

Non si educa al rispetto dei valori democratici imponendo divieti su un capi di abbigliamento o dicendo che fare figli in giovane età è l’unica possibilità di realizzazione, lo si può fare soltanto dando a tutte e a tutti gli strumenti intellettuali e materiali per compiere una scelta consapevole.

Credo che i movimenti femministi possano trovare dunque in questa battaglia una nuova sfida, quella non solo di difendere, ma di diffondere e rendere accessibile il valore dell’autodeterminazione e della libertà, quella di rendere tutte le donne (ma anche gli uomini!) consapevoli dei propri diritti e delle proprie possibilità. Perché non ne va soltanto delle nostre singole vite, ma della società tutta.

Per questo il 24-25 settembre Pasionaria parteciperà a Educare alle differenze 3 a Bologna. Per cominciare a fare qualcosa tutte e tutti insieme.

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