Le scelte di Arcilesbica e la sfida rivoluzionaria dell’antibinarismo

Antibinarismo: No gender? No problem!

Nelle ultime settimane ho seguito con attenzione e anche con preoccupazione i post Facebook di posizionamento politico della direzione nazionale di Arcilesbica, accusata a più riprese di omofobia e di transfobia.

Già all’inizio di giugno Arcilesbica aveva ribadito la propria posizione contro la gestazione per conto di altri, in forte polemica soprattutto con i padri omosessuali e con le agende di alcune manifestazioni dell’Onda Pride (ne avevamo scritto qua), creando una spaccatura (acuitasi poi durante l’estate) fra il comitato direttivo nazionale e il circolo Zami di Milano da una parte e alcuni circoli dissidenti (fra cui Roma e Bologna) dall’altro, che hanno fatto partire la campagna #Un’AltraArcilesbica.

Arcilesbica andrà a congresso quest’autunno, quindi appare subito evidente che queste divisioni preludano alle posizioni che si affronteranno in vista del rinnovamento degli organi direttivi. Per chiunque abbia esperienza di militanza in associazioni o partiti non sono certo dinamiche nuove. Inoltre le elezioni politiche si terranno in primavera: non è escludibile, da parte di qualche membro particolarmente in vista, la ricerca di un posto nelle liste elettorali di qualche partito (anche qui, nulla di nuovo).

Da esterna all’associazione di queste dinamiche potrei non occuparmi, ma ciò che mi preoccupa e mi porta a riflettere è quello che questo scontro rivela sul mondo lesbico e in parte su quello femminista italiani.

Personalmente ho trovato molte delle frasi scritte escludenti e confusionarie (si mettono in un unico calderone tutte le persone non cisgender – ossia la cui identità di genere non corrisponde al sesso biologico – arrivando a parlare di “donne con il pene”), ma non mi basta fermarmi al mio giudizio personale: voglio cercare di capire il perché di tanto accanimento contro i padri gay prima e le persone transgender e non binarie poi (qua trovate informazioni sul genere non binario).

Un problema ideologico

La linea generale del discorso mi pare essere questa: chi non nasce biologicamente donna non ha posto nel movimento lesbico, anche se si autodetermina come donna e come lesbica.

In altre parole, per potersi definire lesbica, non conta soltanto l’orientamento sessuale e la propria identità di genere autodeterminata, ma il sesso biologico (i soli caratteri sessuali primari e secondari femminili non sono un requisito sufficiente, sono necessari anche i cromosomi xx). Sono escluse dunque tutte le persone transgender e non binarie.

È una scelta ideologica (come del resto lo è anche la posizione opposta), legittima come tutte le posizioni ideologiche. È anche una scelta politica escludente, sia nei confronti di tutte le donne che non rispondano ai requisiti sopra descritti, che (questa è una mia deduzione) nei confronti di tutte le donne che sono attratte da donne transgender e/o non binarie.

Da un posizionamento ideologico di tale tipo, è conseguente che la maternità (anche solo potenziale) sia considerata parte integrante di ciò che definisce l’essere donna e che dunque Arcilesbica critichi tutte quelle situazioni che, a suo avviso, contestano questa visione del mondo e ne mettono in discussione la validità: si spiegano così tanto l’attacco anti gestazione per conto di altri, che ha come obiettivo principale soprattutto i padri omosessuali (che la gpa sia maggiormente utilizzata dalle coppie eterosessuali è tema toccato solo tangenzialmente) o le critiche a tutte quelle pratiche che permettono a bambine e bambini di ricercare la propria identità di genere aldilà del determinismo biologico.

La visione del mondo sottesa è dunque una visione essenzialmente binaria, in cui tutto ciò che non è donna (xx) è uomo (xy), che ha o ha avuto un pene.

Questo posizionamento a mio avviso trae le proprie origini filosofico-ideologiche dal femminismo della differenza e dal separatismo, due tipologie di idea-azione (basate proprio sul definire se stesse a partire dalla differenza a livello sessuale) che sono state fondamentali tanto per il movimento delle donne quanto la nascita di una coscienza e di un movimento lesbico. Il separatismo, come esigenza di safe-space (luoghi sicuri) all’interno di una comunità, è una richiesta che sicuramente ha una sua legittimità e una sua utilità pratica, ma che dall’altra parte genera isolamento e mancanza di dialettica.

Quale significato politico ha il fatto che la più grande associazione lesbica nazionale propugni questo tipo di posizioni? Separatismo e inclusione possono coesistere come momenti diversi di una medesima comunità? E cosa significa a livello politico l’inclusione delle persone transgender e non binarie?

Un problema politico

La questione delle identità di genere non-binarie è sicuramente il tema centrale che ha creato e creerà maggiore discussione tanto nel movimento lgbti quanto nei movimenti femministi.

Questo perché mettere in discussione il binarismo di genere ha un potenziale deflagrante in relazione a tutte le identità e loro relazioni così come le abbiamo definite nella nostra società capitalista occidentale eteronormata (ossia in cui la norma è l’eterosessualità).

Di fronte a questa sfida ci sono tre atteggiamenti possibili: uno conservatore, un liberale e uno radicale.

La scelta conservatrice

La scelta conservatrice, come quella operata da Arcilesbica, è quella di difendere il proprio status identitario e una certa parte della propria tradizione, rifiutando le identità transessuali e non binarie. Una scelta conservatrice implica la conservazione del proprio privilegio di genere, allineandosi alla visione eteronormata e binaria della nostra società.

Questo posizionamento ha come conseguenza l’apertura di una spaccatura considerevole all’interno non solo della comunità lesbica, ma del movimento lgbti tutto, anche se è troppo presto per giudicare se questa dialettica conservazione-cambiamento produrrà un indebolimento del movimento. Del resto qualcosa di simile era già avvenuto all’interno della rete femminista Non Una di Meno prima della manifestazione del 26 novembre 2016.

La scelta liberale

Un atteggiamento di tipo liberale consiste, invece, nell’accettare le istanze delle persone non binarie e transgender (rifiutando di escluderle a priori), rimarcando, attraverso il gesto stesso dell’apertura, la propria differenza e il proprio privilegio (come ha messo ben in luce Federico Zappino: “ti includo, rispetto la tua scelta, proprio per escludere che nulla di ciò che colloca me nella posizione di chi può includere o escludere e te nella posizione di chi può essere inclus* o esclus*, possa mai cambiare”): si tratta di concedere dall’alto a una minoranza un parziale riconoscimento, senza però mettere in discussione l’asse del privilegio su cui si basa la propria posizione di supremazia.

Si tratta di una posizione ideologicamente opportunista, la stessa che è stata usata da molti stati occidentali nei confronti delle persone e delle relazioni omosessuali o di certe rivendicazione femministe, ma che allo stesso tempo temporaneamente salvaguarda la compattezza del movimento lgbti.

La scelta radicale

L’opzione radicale significa abbracciare senza riserva le istanze radicali e potenzialmente rivoluzionarie delle persone transessuali e non binarie. Ma una tale apertura, come ben sanno i gruppi transfemministi queer, se può essere uno dei grimaldelli per ridiscutere l’assetto etero-cisnormativo della società capitalista occidentale, dall’altra pone il problema della ridefinizione ideologica e politica di tutte le identità di genere e gli orientamenti.

Se estendere la categoria “donna” e la categoria “lesbica” (per rimanere nel campo da cui sono partita) può a prima vista sembrare soltanto un trucco semantico, esso in realtà apre diverse sfide.

Prima di tutto si tratta di dissolvere all’interno delle nostre comunità la contrapposizione cisgender / non cisgender, erodendo per poi eliminare quest’asse di privilegio: in altre parole il gruppo maggioritario perderebbe il proprio privilegio.

Questo porta con sé un’altra sfida, legata al riconoscimento, soprattutto esterno. Per metterla in termini più semplici e rimanendo al nostro caso iniziale, al momento attuale alla domanda “chi è una lesbica?“, la società risponde “una donna (cisgender) che è sessualmente attratta da altre donne (cisgender)”. Da questa riposta conseguono una serie di assunti (anche in termini legislativi) che riportano la coppia lesbica al modello binario, con un meccanismo di concessione liberale di cui parlavamo prima: ti garantisco qualcosa pur rimarcando la tua differenza, come nel caso della legislazione italiana sulle unioni civili.

È chiaro come far cadere la validità di quella definizione, allargandola, porrebbe la società nella condizione di non saper rispondere così facilmente alla domanda “chi è una lesbica?”.

Questo significa certamente far scricchiolare l’impalcatura etero-cisnormata della società, che è lo scopo ultimo dell’antibinarismo e dei movimenti transfemministi queer, ma implica che in un primo momento anche le identità ormai riconosciute e definite potrebbero perdere qualcosa in termini di riconoscimento sociale.

C’è un’altra conseguenza, però, interna alla comunità lesbica (o gay) stessa: poiché viviamo tutti immersi in una società etero-cisnormata ridefinire le nostre stesse identità di donne e di lesbiche significa anche un grande capillare lavoro di autocoscienza e risemantizzazione del proprio vissuto e dei propri percorsi di accettazione, spesso dolorosi.

Cui prodest?

Credo che nel movimento lgbti, come nei movimenti femministi (e nella politica in generale) possano e debbano convivere anime diverse e opposte e che questo produca dialettica, dibattito e nuove idee. Ma solo se alla base c’è il rispetto delle persone, delle idee e dei processi democratici, se non si fa di chi la pensa in maniera diversa l’incarnazione del male, se lo scontro (acceso, passionale, accalorato) rimane sulle idee e le ideologie.

Credo anche che una sintesi non sia sempre possibile né obbligatoria.

Da femministe intersezionali noi di Pasionaria pensiamo che la posizione assunta dalla direzione di Arcilesbica sia una posizione contraria a quello che crediamo sia lo scopo dei movimenti per i diritti civili (cioè creare una società più equa e il meno oppressiva possibile) e che rinforza quell’assetto sociale che produce la nostra stessa oppressione e che rischia sempre di più di trasformare l’associazione in uno strumento di pink-washing per la società neoliberale. Un modo per pulirsi la coscienza, insomma.

Per noi la strada eticamente più giusta e potenzialmente rivoluzionaria è quella dell’antibinarismo, ben consce che si tratta di una sfida filosofica e anche emotiva.

Siamo anche convinte che se davvero lo scopo ultimo è creare una società meno oppressiva nei confronti di tutte e di tutti sia necessario, però, non solo scardinare l’impianto binario dei generi, ma allargare l’orizzonte, andando a minare ed eventualmente distruggere tutti gli assi dell’oppressione in chiave intersezionale, dal razzismo all’abilismo.

Abbiamo un’occasione da cui partire, cogliamola, ma non fermiamoci lì.

1 COMMENTO

  1. io sono per la scelta liberale di inclusione ai diritti delle minoranze, secondo me è la scelta giusta e non si tratta di mantenere privilegi ma di accettare la realtà. la maggioranza degli esseri umani sarà sempre composta da uomini e donne cisgender eterosessuali, non c’è nulla di normativo o binarista, è solo la realtà, quello che è normativo è l’omofobia e la transfobia che impedisce il pieno godimento dei diritti civili delle minoranze e quella va combattuta. Poi la minoranza di donne e uomini trans sono uomini e donne e non c’è motivo di escluderli dagli spazi pubblici delle persone uomini e donne cis, le persone transgender e la maggioranza cis hanno esperienze diverse ma la diversità è ricchezza . Per quanto riguarda le relazioni amorose, private, bè nel sesso ci sono determinati gusti, se una donna lesbica non è attratta da una donna trans non operata questo non vuol dire essere transfobici o etero-normati, e una donna cis lesbica che fa sesso con una donna trans non operata è comunque una lesbica perchè sempre di donne si tratta. Sulla gpa, mi faccio delle domande: se la donna che fa una “gestazione per altri” cambia idea e vuole abortire o tenere il bambino che succede? Decide lei perchè l’utero è suo oppure decide la coppia committente? io sono perchè decida lei, ci sono situazioni in cui avere un corpo biologicamente femminile e non averlo conta

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